Dal 24 febbraio scorso i bambini sono in quarantena dentro le proprie abitazioni a causa dell’emergenza coronavirus. Più passano i giorni più i più piccoli tendono a soffrire per lo stato di isolamento. Di loro si è ampiamente parlato esclusivamente per le scuole chiuse, per la didattica a distanza e per il fatto che, in quanto possibili portatori del virus, sono soggetti potenzialmente pericolosi in grado di esporre a rischio le fasce più deboli della popolazione, ad esempio i loro stessi nonni. E neanche i vari decreti hanno preso in considerazione la situazione dei bambini, ovviamente la priorità era l’emergenza sanitaria ma visto i tempi lunghi di questa particolare condizione alcune scelte andrebbero prese in tempi rapidi.


Il nodo scuole
«È proprio questo il nodo – dice il primario di Pediatria dell’ospedale “Morgagni-Pierantoni”, Enrico Valletta -. Se durante la prima fase la chiusura delle scuole aveva un senso, ora questa azione sta perdendo del suo significato visto che i piccoli non sono l’obiettivo principale del virus. Ci sono problemi gestionali evidenti sui quali ragionare e prendere decisioni. I bambini abbiamo visto che nella stragrande maggioranza dei casi sono negativi e non corrono rischi per se stessi, bisogna pensare a reinserirli nella comunità con tutte le precauzioni possibili: come si apre una serie di attività per gli adulti, è bene farlo anche per i più piccoli seppure con cautela».
I genitori hanno cercato di seguirli nell’attività didattica, li hanno intrattenuti cercando di preparare insieme qualche dolce o rispolverando vecchi giochi da tavolo chiusi nell’armadio. Ora però gli adulti devono tornare al lavoro, i più fortunati potranno continuare con lo smart working fino alla metà del mese di maggio. Ma poi, tra ferie consumate e congedi parentali, devono per forza fare fronte alla gestione dei loro figli tenendo presente che le scuole sono chiuse e che sarebbe meglio non affidarsi ai nonni baby sitter proprio per proteggerli.


Le alternative
«Tornare dai nonni, visto che sono la fascia più a rischio, è bene farlo solo nella misura in cui si è certi che i bambini non portino loro l’infezione. Questo almeno fino a quando non ci sarà un vaccino o una terapia efficace a contrastare il Covid-19 – chiarisce il primario di pediatria -. Si può pensare però ad altre soluzioni, come possono essere i centri estivi da svolgersi in spazi aperti e che coinvolgano piccoli gruppetti di pochi bambini. Importante osservare tutte le precauzioni, indossare le mascherine e sottoporre a tamponi in maniera regolare sia i piccoli che gli operatori, che più giovani sono meglio è. Ciò è fondamentale, soprattutto in questa fase dove c’è una maggior circolazione delle persone».
Lontano dai loro amici, dalle maestre e dai compagni di classe, i bambini cominciano a sentire il peso di questa quarantena prolungata. «È un periodo in cui soffrono l’assenza delle consuetudini, anche scolastiche, e della socialità ridotta. Ora facciamo fatica a stabilire quanti e quali danni possano derivare da questo prolungato isolamento, certo è che che di questo problema se ne stanno occupando psicologi, neuropsichiatri infantili e pediatri di famiglia», aggiunge Valletta.


I numeri
Fortunatamente a Forlì i casi di bambini affetti da Covid-19 sono stati pochissimi (l’Igiene pubblica ne conta 24 e a domicilio) e proprio i più piccoli sono stati considerati come possibili portatori del virus. In altre zone d’Italia, però, sono aumentati i casi di bambini affetti dalla sindrome di Kawasaki (malattia infiammatoria, rara, che colpisce i piccoli vasi sanguigni). «Il sospetto è che entrambe le patologie possano essere correlate trattandosi di malattie infiammatorie – conclude Valletta -. Ad oggi, però, non è dimostrato un legame così come non conosciamo la causa della sindrome di Kawasaki: studi scientifici verificheranno se il coronavirus può scatenarla e se c’è correlazione».

Argomenti:

coronavirus

Forlì

tamponi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *