RAVENNA. Dentro casa tre picchiatori e alla porta un avvocato, che avrebbe coordinato una sorta di spedizione punitiva da Ravenna a Predappio ai danni di un disabile invalido al 100 per cento, pretendendo la consegna di 500 euro. È un carico di accuse che vanno dalla rapina aggravata all’estorsione, contemplando anche le lesioni personali e la minaccia, quello che ieri ha portato all’esecuzione da parte dei carabinieri di Meldola di quattro ordinanze di custodia cautelare in carcere. Nomi noti quelli dei quattro italiani coinvolti, che ora attendono l’udienza di convalida: tre di loro sono infatti già conosciuti per i pregressi problemi con la giustizia. L’avvocato invece è un penalista lughese iscritto al foro di Ravenna.

Proprio attorno al ruolo del legale si concentra buona parte del capo d’imputazione, che racconta i fatti a partire dall’episodio avvenuto lo scorso 17 febbraio a Predappio. “Questo è il capo degli zingari venuto per te ad ammazzarti…”: sono le parole udite dalla vittima mentre i tre estranei entravano in casa dopo avere sfondato la porta d’ingresso. Non è servito nascondersi in camera da letto, sfidando le difficoltà nella deambulazione dovute alla grave disabilità. Il raid è stato feroce: colpi con un’asta telescopica in ferro, poi un calcio allo stomaco, seguito da altre percosse al volto e al capo, anche utilizzando il calcio di una pistola. Il tutto, intimando di consegnare 500 euro in contanti.

Il denaro recuperato in casa, però, non bastava. Così una volta intascati 275 euro, gli aggressori hanno trascinato la vittima fuori, intimandogli di prelevare il resto dal vicino sportello bancomat del Credito Cooperativo situato lungo viale Matteotti. Secondo quanto ricostruito, gli altri 250 euro sono stati consegnati alla presenza dell’avvocato, il cui ruolo – così ritiene l’accusa – è stato fondamentale nel depistare l’intervento dei carabinieri, che la vittima era riuscita ad avvisare prima del pestaggio.

Quando i militari hanno chiesto spiegazioni ai presenti circa il passaggio di denaro, il legale si sarebbe presentato come difensore di uno degli aggressori, sostenendo che i soldi erano nient’altro che il pagamento di canoni d’affitto arretrati, e che lui era intervenuto a tutela del proprio assistito come supervisore. L’alibi, ritenuto in quel momento credibile, ha salvato tutti da ulteriori controlli. Il gruppo si è poi dileguato.

Sempre il legale, due giorni più tardi, ha ricontattato il disabile telefonicamente, lamentandosi di quella richiesta di aiuto ai carabinieri. “Non puoi parlare…Io non so perché fai così. Hai fatto così. Ti saluta Antonio”. Parole, queste, pronunciate alludendo a una precisa persona (al momento solo indagata), ben nota alla vittima per la sua caratura criminale, e lasciando così intendere che l’incubo costato 14 giorni di prognosi si sarebbe potuto ripetere.

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