Forlì, è allarme per le dimissioni delle lavoratrici madri

La questione dell’occupazione femminile richiede la risoluzione di quesiti appositi, di dare risposta a domande specifiche per colmare il divario ancora esistente tra la realizzazione professionale di un uomo e di una donna. I dati sulle dimissioni delle lavoratrici madri dimostrano infatti la necessità di fare «uno sforzo in più», per dirla con le parole della segretaria provinciale di Cgil, Maria Giorgini. Il 76,38% del totale delle dimissioni rassegnate in provincia nel 2020 è arrivato dalle donne. «I servizi offerti dallo Stato e dalle Amministrazioni – dichiara la sindacalista – devono conformarsi alle necessità delle famiglie, e non solo per quanto riguarda le attività educative, ma anche nella costruzione di una rete di servizi sociali e sportivi nelle ore pomeridiane». Solo in questo modo, ribadisce, «sarà possibile rendere effettiva la conciliazione tra vita familiare e lavoro, superando i preconcetti tipici della cultura patriarcale, che addossa ancora sulla figura femminile le incombenze della cura dei figli, degli anziani e della casa».

Analizzando le ragioni addotte dalle lavoratrici che hanno rassegnato le dimissioni nell’ultimo anno, nel 41% dei casi la scelta di lasciare il lavoro è stata dettata dalla difficoltà di conciliare i ritmi e i tempi professionali con le esigenze domestiche, mentre nel 30% dei casi da ragioni legate alla difficoltà di trovare servizi a cui rivolgersi per soddisfare entrambe le esigenze. Il 57% delle donne dimissionarie ha lasciato un rapporto di lavoro full time e il 42% contratti part time. «Ciò dimostra – evidenzia Giorgini – che non è il part time in sé a risolvere i temi della conciliazione del lavoro con le attività di cura».

L’elemento dirimente nel marcare la diversità delle posizioni in cui si trovano uomini e donne è però quello della percentuale di lavoratori e lavoratrici che lasciano l’impiego perché ne hanno trovato un altro, escludendo quindi le motivazioni legate al bilanciamento della routine familiare. «Solo nel 18% dei casi le donne scelgono le dimissioni perché hanno trovato un altro lavoro – rileva la segretaria di Cgil – mentre tra gli uomini ciò avviene nel 73% dei casi». Inoltre, è proprio nel territorio della provincia di Forlì – Cesena che nel corso del 2020 sono state rassegnate più dimissioni (da parte di ambo i sessi): «Qui l’Ispettorato del lavoro ha emesso complessivamente 326 convalide di rescissione del rapporto lavorativo, – ricorda la sindacalista – più della metà delle 648 totali registrate in tutte e tre le province romagnole». La medicina per fermare l’emorragia di dimissioni, secondo Giorgini, è quindi innanzitutto prendere coscienza del fatto che «figli si fanno in due ed entrambi i genitori devono assumersi la responsabilità genitoriale». Consapevolezza che deve essere affiancata da «maggiori tutele nel mercato del lavoro, a partire dal garantire orari flessibili ai genitori che devono conciliare il lavoro con i figli, e politiche che incentivino la permanenza delle donne nel mercato del lavoro, politiche oggi fin troppo assenti».

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