Forlì, Coronavirus: niente virus alla Orsi Mangelli. Ecco come

FORLI’. Il Covid-19 è esploso e si è propagato a macchia di leopardo nelle case di riposo del Forlivese, alcune delle quali ne sono state investite pesantemente e altre ne sono rimaste esenti. Né buoni né cattivi, però. Prima c’è il giusto o sbagliato, inteso come comportamento adottato per porvi un argine. Alcuni di questi sono stati inefficaci o forse errati, altri giusti e proficui come nel caso della “Paolo e Giselda Orsi Mangelli”, la grande casa di riposo di Vecchiazzano che a tutt’oggi non presenta casi di positività al nuovo Coronavirus né tra gli ospiti né tra il personale.

Non è l’unica risparmiata o quasi, dal problema (un caso c’è stato ma non ha avuto strascichi), ma è sicuramente un “caso” da analizzare per come è riuscita ad evitarlo. Con un pizzico di fortuna, certo, ma anche «grazie alla straordinaria responsabilità dei nostri operatori e a un’organizzazione approntata alla massima prudenza sin dai primi segnali dell’epidemia: in una realtà complessa, serve fare poche cose, in modo semplice ma rigoroso».

Parola di Paolo Cicognani, direttore del Consorzio Archimede che gestisce la struttura di Vecchiazzano dove, al momento, non risulta alcun contagiato tra i 149 ospiti (su una capacità assistenziale complessiva di 156 posti) e i 150 operatori comprensivi di addetti alle pulizie e alla cucina.

Le proteste iniziali

Un “miracolo”? No, ma il livello d’attenzione è stato altissimo già da fine febbraio. Quando ancora non ci si rendeva conto del potenziale pericolo e le famiglie, difatti, hanno protestato ritenendo eccessive le misure adottate. «Eccome – conferma Cicognani -. Per ambiguità normativa ci sono stati parecchi contrasti quando abbiamo deciso, per la prima volta nella nostra gestione e con sofferenza, di limitare l’accesso dei familiari e le assistenze private ai nostri ospiti. Si capiva che il virus sarebbe potuto entrare solo con altre gambe, da fuori, e la responsabilità delle misure era nostra in tutto e per tutto, eppure sono sorti forti conflitti e ci siamo visti arrivare le lettere dagli avvocati che ci accusavano di avere sequestrato gli anziani». La chiusura alle visite, a partire dai centri diurni, è diventata poi un obbligo, ma il Coronavirus poteva comunque infiltrarsi. Non è successo anche se gli ingressi di anziani in struttura si sono susseguiti con frequenza.

Le precauzioni

«Ci sono stati e ci sono tuttora, è per questo che dal 10 marzo abbiamo dato vita a una zona-filtro con servizi dedicati e 5 camere dove tenere in osservazione protetta tutte le persone che entravano in casa di riposo. Una sorta di “isolamento light” di 14 giorni propedeutico all’inserimento nei nuclei». Cicognani entra nel dettaglio. «Il triage avviene telefonicamente, ma non è una garanzia sufficiente e noi non andavamo a letto tranquilli. Le persone arrivavano in ambulanza ed entravano subito in reparto, ma così il virus sarebbe penetrato con loro. Pertanto abbiamo allestito questa zona di ricovero temporaneo nella quale ognuno sosta dopo essere stato visitato e sottoposto a tampone. Vi si rimane due settimane e se si resta negativi, si va in reparto».

Eppure un caso di positività c’è stato. «Sì, il 19 marzo da Villa Serena, era asintomatico, lo abbiamo subito isolato in questa nuova zona, poi è subentrata la febbre e il lunedì è stato condotto in ospedale e da lì a Villa Serena dove, purtroppo, è venuto a mancare pochi giorni fa. Siamo riusciti, comunque, a evitare il focolaio». Anche per le condizioni di sicurezza del personale? «Sì, e le cose continuano ad andare bene visto che i nostri 150 operatori hanno fatto tutti il test sierologico e per ognuno di loro è stato negativo. I dispositivi di protezione individuale, poi, li abbiamo sempre avuti anche per circostanze favorevoli».

Le protezioni a caro prezzo

I magazzini, infatti, a fine gennaio erano pieni di guanti e mascherine. «Li acquistiamo due volte l’anno e la fornitura è arrivata nel momento del bisogno. Certo, le scorte dovevano servirci sino a giugno e non basteranno perché il bisogno è triplicato, ma per fortuna è in arrivo una nuova fornitura anche se a costi diventati decisamente più alti. Spendiamo 1.000 euro al giorno in dispositivi. Sì, proprio mille euro al giorno».

E poi c’è un ultimo accorgimento, anch’esso utile. «Infermieri, operatori socio sanitari, addetti alle pulizie firmano tutti in ogni camera un registro di tracciabilità – spiega Cicognani -. In caso di positività è più facile ricostruire la storia epidemiologica della persona contagiata».

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