Forlì, contagiati dal Covid sul lavoro: 446 pratiche all’Inail

FORLI’. Ci sono medici, infermieri, operatrici socio sanitarie dell’ospedale e delle case di riposo ma anche gli operai del comparto del mobile imbottito o di tante altre aziende sparse nella provincia. Hanno tutti una cosa in comune: si sono ammalati di Covid facendo il proprio mestiere. Quanti sono? Tanti purtroppo. Centinaia. E per tutti si apre la strada del riconoscimento dell’infortunio sul lavoro. Cosa piuttosto immediata per gli operatori sanitari. Un po’ meno per le altre categorie.
I numeri
A seguire una buona fetta di queste persone sono i funzionari dei patronati, come la Inca-Cgil. «I numeri cominciano a essere rilevati – dice la direttrice Emanuela Castagnoli -. I dati dell’Inail aggiornati al 31 ottobre scorso indicano che in Emilia-Romagna sono state presentate 6.197 denunce per infortuni sul lavoro legati al Covid. In provincia di Forlì-Cesena sono state 446. Qui al patronato Inca-Cgil di Forlì abbiamo gestito una cinquantina di pratiche».
Stando all’elaborazione dell’Inail, è più alto il numero delle donne che hanno contratto il virus sul posto di lavoro. «L’età media dei contagiati – precisa Castagnoli – è di 47 anni».
Va detto che il numero di chi si è ammalato sul lavoro nella realtà potrebbe essere molto più alto. L’infortunio da Covid, ricorda Castagnoli, «è stato previsto in via prioritaria sin da marzo». Ma molti, specie nella prima ondata della pandemia, non ancora consapevoli delle normative, potrebbero non aver aperto la pratica per infortunio restando semplicemente a casa in malattia.


La raccomandazione
«Il problema non nasce nel periodo temporaneo in cui il lavoratore resta a casa e risulta in malattia», spiega Cristina Benagli, responsabile del settore infortuni del patronato. Il problema infatti è nel futuro. «Secondo i consulenti medici – continua – i postumi che lascerà questo virus si potranno vedere tra mesi, anche tra un anno». Tradotto: nel 2021 chi è guarito dal Covid potrebbe avere strascichi legati alla malattia. Succede in molte altre patologie. «Ma se non è stata aperta una pratica per infortunio all’Inail per il lavoratore ottenere le dovute tutele sarà più complicato – continua Benagli -. Per questo ci preoccupiamo che i lavoratori che si sono ammalati di coronavirus svolgendo le proprie mansioni aprano una “posizione” di infortunio. Si può fare anche a posteriori, entro i dieci anni, ma è preferibile procedere in tempi rapidi».
Il riconoscimento, ovviamente, non è immediato. «L’Inail deve certificare il tampone positivo, poi avvia le proprie valutazioni per accertare che il Covid sia stato contratto in ambito lavorativo e non in altro contesto – spiega ancora la responsabile infortuni dell’Inca-Cgil Forlì -. Ci sono lavoratori che, in virtù di passaparola senza fondamento, hanno preferito non aprire una pratica Inail pensando di avere meno benefici rispetto alla normale malattia. In questo non c’è alcun fondamento. Anzi, le tutele sono maggiori. Se restano postumi permanenti e l’Inail, secondo le proprie tabelle, riconosce un danno biologico (da non confondere assolutamente con l’invalidità civile) superiore al 5% è prevista una liquidazione. Dal 16% una rendita fissa. Come Inca-Cgil Forlì ad esempio abbiamo visto nello specifico tre casi in cui i lavoratori potrebbero avere problemi di salute anche in futuro dal momento che il Covid li ha colpiti in maniera severa».

Commenti

Lascia un commento

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui