Forlì, case di riposo: i familiari sentiti in Procura

FORLI’. Sono iniziati ieri in Procura gli interrogatori dei parenti degli ospiti della casa di riposo “Zangheri”, al centro della polemica per le morti e i contagi tra anziani e operatori. A brevissimo, forse anche tra oggi e domani, toccherà ai vertici della casa di riposo e ai sanitari impegnati nella struttura di via Andrelini. Ma non solo loro, perché a Palazzo di giustizia si vuole fare chiarezza su tutta la gestione dell’emergenza nelle case di cura e riposo per anziani della provincia di Forlì-Cesena, dove il virus ha fatto sentire in maniera particolare la sua forza, approfittando della maggiore fragilità e di patologie già in atto tra gli anziani.
L’indagine
Una situazione che ha creato grande allarme per i parenti degli ospiti che anche ieri hanno raccontato di situazioni di difficile contatto con i propri cari sistemati nelle case di riposo. Tra le persone interrogate ieri anche Roberto Grassi, il cui genitore figura tra le vittime dell’epidemia e che era ospite della Zangheri.
Ancora non ci sono persone indagate e nessuna ipotesi di reato è stata formulata, ma l’attività della Procura mira proprio a fare luce sulle condotte e sulla gestione dell’emergenza all’interno delle case di riposo, per valutare quali morti siano riconducibili al Covid-19 e quali ad altre malattie esistenti, e se siano state messe in atto, e con che tempistica, tutte le disposizioni di tutela di anziani e operatori sanitari al lavoro all’interno.
Ovviamente il lavoro della Procura sarà quello di valutare i vari racconti e capire cosa possa essere stato realmente un’omissione da parte dei gestori e quanto invece sia scaturito da una comprensibile preoccupazione familiare.
Il lavoro, in un palazzo di giustizia deserto, sarà rapido, tanto che già sarebbero in calendario le audizioni di vertici e personale di alcune case di riposo. Non è da escludere neanche la visita delle forze dell’ordine all’interno delle strutture per raccogliere documentazioni utili a quella che si annuncia come un’indagine non facile. Un altro filone drammatico di questa epidemia lontana da finire. Un’epidemia che si è portata via, tra gli altri, anche Andrea Grassi, 78 anni, ospite della Zangheri.
Il dramma
Suo figlio Roberto appunto è stato il primo ieri ad essere ascoltato dagli investigatori coordinati dal procuratore capo Maria Teresa Cameli. Con loro ha ripercorso il dramma improvviso lamentando, come altri, un muro di silenzio da parte della struttura.
«Il primo aprile lo avevo sentito al telefono. Stava bene anche se era demoralizzato perché ormai da tre settimane era segregato nella sua stanza per evitare contagi – racconta Roberto Grassi -. Aveva avuto un distacco della retina ma non era stato portato in ospedale proprio per non correre rischi. Quindi, mi chiedo: come ha fatto a contrarre il virus?».
Il 6 aprile a Grassi arriva una telefonata dalla struttura che annuncia la possibilità di una videochiamata per il giorno successivo nel pomeriggio. «Nessuno mi contattava – spiega – e il cellulare di mio padre era spento. Così ho chiamato la segreteria. Mi dicono di rivolgermi al medico. E lui mi comunica che mio padre è positivo al tampone ma è asintomatico e le sue condizioni sono buone. L’esito lo sapevano dal giorno prima e nessuno me lo aveva detto. Mercoledì 8 aprile, c’è un’altra videochiamata. Il medico però questa volta mi spiega che non è una bella situazione. Vedo mio padre a bocca aperta, senza ossigeno, con gli occhi sbarrati. Non parla. E, mi viene detto, non si può intubare perché è troppo vecchio. Il giorno stesso è morto».

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