Forlì, Ausl: “Metà dei ricoverati non sono vaccinati”

«Esattamente la metà delle persone ricoverate in Ausl Romagna è vaccinata. Può sembrare preoccupante, ma invece non lo è. Significa che nonostante i non vaccinati siano una minoranza nella popolazione, un’ampia fetta delle persone che sviluppano gravi complicanze a causa del Covid sono loro. In parole povere: l’incidenza dei non vaccinati nei reparti ospedalieri è molto più alta di quella dei vaccinati».

Francesco Cristini, primario del reparto di Malattie infettive degli ospedali di Forlì e Cesena, racconta come si affronta la cosiddetta “quarta ondata” negli ospedali della Romagna. «In totale fino a ieri (l’altro ieri, domenica, ndr) le persone ricoverate in tutta Ausl Romagna sono 124, di cui 41 a Forlì e 22 a Cesena, e 17 nella cra Covid “I girasoli” di Forlì». Il numero maggiore di posti letto occupati al “Morgagni – Pierantoni” rispetto che al Bufalini non rispecchia però, chiarisce il primario, «l’incidenza dei contagi sui due territori: a Forlì sono stati affidati molti pazienti di Cesena, ospitati nei reparti di Malattie infettive, Pneumologia e in un reparto dell’ospedale Nefetti di Santa Sofia, dove si era verificato un focolaio».

In terapia intensiva invece sono ricoverati attualmente sette pazienti, di cui tre a Rimini e due a Cesena e a Ravenna.

Ma chi sono le persone che oggi finiscono in ospedale? Sono cambiate rispetto a un anno fa, quando il vaccino era ancora una promessa?

«L’età si è abbassata – spiega il medico – ma solo per quanto riguarda i non vaccinati». Da ciò che si apprende con l’esperienza sul campo, infatti, «tra i vaccinati, sono soprattutto gli anziani ad aver bisogno delle cure ospedaliere, principalmente quelli che non hanno fatto la terza dose, segno che la protezione indotta dal vaccino è effettiva, ma diminuisce con il trascorrere del tempo». Ma chi è senza copertura vaccinale può avere bisogno di respiratore o di cure intensive in età molto più giovane, anche tra i 40 e i 50 anni. «Rispetto a un anno fa vediamo che i pazienti che si ammalano, se sono vaccinati, non hanno più l’altissima mortalità che avevano un tempo. Anche se sono anziani, generalmente ce la fanno. Prima invece le probabilità che morissero erano più alte di quelle di sopravvivere».

«Non è il virus che è più aggressivo – precisa Cristini – le persone non vaccinate si ammalano di Covid come prima, ma la variante Delta è molto più contagiosa della “alfa”».

«Se ampia parte della popolazione non si fosse immunizzata – puntualizza – la situazione in Italia sarebbe terribile, come in Germania o nel resto dell’Europa, dove oltre a essersi vaccinate meno persone, non hanno preso le precauzioni che sono state imposte in Italia e i risultati si vedono».

Un dato positivo sulla recrudescenza del Covid è legato però al basso tasso di incidenza di complicanze nei giovani e nei bambini. «Restano rare – chiarisce il medico – ma ci sono, e fanno pensare». Bassa, dunque, la probabilità di contrarre il Covid in forma grave in tenera età, mentre è alta l’entità dei contagi. «L’incremento maggiore dei casi nelle ultime settimane è stato registrato nei bambini fino a 11 anni, quelli che non si possono vaccinare. Per questo avviare la vaccinazione anche nei bambini sarebbe una strategia determinante per ridurre la circolazione del virus».

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