Forlì, aeroporto: la gioia dei lavoratori

Dopo la grande festa per i primi passeggeri sbarcati al “Luigi Ridolfi” martedì sera e per quelli da lì partiti per Catania, ieri mattina il battesimo della “nuova era” dell’aeroporto forlivese è proseguito con altre torte da tagliare, altri diplomi da consegnare, altre foto da scattare per immortalare momenti storici. Alle 8.40 è decollato il Boeing 737/300 della Lumiwings con destinazione Palermo (una trentina i passeggeri a bordo) e alle 12.12, in anticipo sulla tabella di marcia, lo stesso velivolo decollato dal capoluogo siciliano, è atterrato sulla pista romagnola. La prima persona a scendere è stata la 20enne Martina Bonadonna con l’inseparabile cagnolina Luna in braccio. In città con il fratello che vi risiede e vi lavora, era al primo volo della sua vita e, oltre a trascorrere la Pasqua a Forlì, ammette che non le dispiacerebbe «venirci a vivere visto che sto pensando di iscrivermi all’Università di Psicologia a Cesena». Ad accoglierla, il presidente di “Forlì Airport”, Giuseppe Silvestrini. Il “Ridolfi” guarda alla Romagna e, a regime, lo farà con 30 destinazioni e 10 voli al giorno. Dieci come, unità più unità meno, le persone che oggi lavorano all’aeroporto e che vi lavoravano quando chiuse 8 anni fa. In loro c’è la netta e giustificata sensazione, di vivere giornate storiche. E i sentimenti sono talmente profondi e pervasivi che, nell’esprimerli, la voce si rompe e gli occhi si bagnano. «Sono giorni entusiasmanti e storici perché Forlì è stato il primo aeroporto che sia mai stato chiuso in Italia, ma anche il primo a riaprire e a farlo in piena pandemia – ammette Claudia Guerrini, responsabile marketing in “Seaf” e ora segretaria generale in “FA srl” –. Siamo in costante frenesia, ore ed ore di straordinari vissuti con piacere e convinzione di essere parte di un progetto importante che ci unisce oltre le nostre provenienze: io ad esempio sono di Ravenna, ma questo è l’aeroporto di tutti». Uno scalo che l’ha riaccolta a braccia aperte dopo 7 anni. «La chiusura fu una mazzata, ma definisco l’aeroporto come il Mal d’Africa, un richiamo cui è impossibile restare sordi – afferma –. Io dopo “Seaf” ho lavorato in aziende meravigliose, ma quando un collega mi disse di tornare qua per fare due chiacchiere su un nuovo progetto che stava per nascere, venni di corsa e anche se l’aeroporto era sventrato e non c’erano che idee sulla carta, il giorno dopo lasciai un tempo indeterminato per un salto nel buio. La sfida, però, era troppo stimolante e il mio cuore era qui. Ci abbiamo creduto tutti e ora cogliamo i frutti: siamo tornati con una consapevolezza nuova, più forti di prima, pronti a difendere coi denti quest’angolo di cielo e a dimostrare di meritarcelo».

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