Forlì, dopo 75 anni i soldati indiani possono riposare

Forlì, dopo 75 anni i soldati indiani possono riposare

Si chiamavano Hari Singh e Palu Ram, avevano 20 e 19 anni e con altri 50mila soldati, indiani come loro e tutti giovanissimi, hanno combattuto in Italia e sono morti per la nostra libertà. Solo per questo dobbiamo essere riconoscenti per sempre a loro e a tutti i Caduti delle truppe alleate nella Seconda Guerra Mondiale senza un nome.
O non ce l’hanno ancora, come sino a pochi mesi fa era il caso di questi due militi del 13° Reggimento della 10ª Divisione dell’Indian Army, morti il 13 settembre 1944 nella battaglia di Poggio Alto vicino a Montale nel Pistoiese.

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Le loro ceneri sono arrivate in città, da Prato, ieri mattina, e sono state inumate con una funzione solenne ai lati del Memoriale del cimitero di guerra degli Indiani. Due semplici cassette di legno, una sotterrata alla destra e una alla sinistra del grande monumento sul quale sono stati scolpiti i loro nomi. Sì, perché dopo 75 anni questi due ragazzi indù hanno ora una sepoltura e un nome. E le loro famiglie (una delle quali ha un discendente Ufficiale della Marina) sanno che riposano finalmente in pace. A Forlì, vicino ai resti di tanti altri ragazzi. Tutti sotto i 30 anni, alcuni persino 14 e 15enni.
La cerimonia funebre si è svolta nel cimitero militare di via Ravegnana alla presenza della presidente del consiglio comunale Alessandra Ascari Raccagni, degli ufficiali dell’esercito indiano e del direttore dell’Area Mediterranea della Commissione per le tombe di guerra del Commonwealth, Ian Hussein: organizzazione nata nel 1917 per cercare in tutto il mondo i resti dei Caduti nelle due guerre mondiali e che ogni anno recupera quelli di oltre 100 militari di cui, poi, parte la procedura identificativa.
È successo così anche per Hari Singh e Palu Ram. Nel 1996, infatti, vennero rinvenuti appena 73 frammenti ossei custoditi poi a Prato sino al 2011 quando la Procura affidò l’incarico di procedere all’identificazione di quei resti all’antropologo forense Matteo Borrini e a un’équipe di esperte in genetica dell’Università di Roma Tor Vergata.
«Capimmo che si trattava di due maschi adulti morti a causa di una esplosione – spiega Borrini – e con l’esame del Dna risalimmo a due individui di origine indiana e a una datazione che era decisamente compatibile con lo svolgimento della battaglia. Assieme alla Commissione del Commonwealth e alla Croce Rossa internazionale, attraverso diari di guerra e archivi in India, li abbiamo identificati».
Il 29 maggio le ceneri sono state consegnate alla Commissione e all’ambasciata indiana in Italia e ieri, come ricordato, sono state inumate con rito indù e tutti gli onori militari del caso. Il colonnello Teotia Rohit, in alta uniforme, ne ha ricordato il sacrificio per «il bene dell’umanità» e, chiamandoli sempre per nome, Ian Hussein ha celebrato tutti i martiri indiani di guerra e promesso: «Ora hanno il funerale che gli è stato negato, commemorarli è un onore. Adesso sono in ottime mani e qui non saranno mai dimenticati».

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