Flavio Caroli e i 100 dipinti che sconvolsero il mondo

“I 100 dipinti che sconvolsero il mondo” (uscito l’8 aprile per l’editrice 24 Ore Cultura, pp. 216, euro 32.90) è l’ultimo libro del critico e storico dell’arte ravennate Flavio Caroli: un racconto nuovo della storia dell’arte che guarda ai rapporti tra arte e società e alla forza innovativa e dirompente dell’agire artistico. Da Cimabue a Andy Warhol passando per Caravaggio e Picasso.

Caroli, il titolo è accattivante: da dove è partito per ideare questa selezione?

«La scelta è nata chiacchierando con l’editore: è maturata l’idea che poi ho tradotto in pratica, dapprima con la scelta dei nomi e poi con la realizzazione del libro stesso. Il punto è questo: le opere che hanno sconvolto il mondo nello specifico dell’arte, ma che hanno anche sconvolto il mondo, nella storia. Fra l’altro, di questo libro e di altro verrò a parlare alla Rocca Brancaleone il 12 luglio in una serata dedicata a mio cugino Mario Salvagiani, organizzata da Ravenna festival».

Qual è il punto di partenza?

«Parto esattamente da Dante, di fatto. Da lì partiremo con Cimabue, Giotto e i senesi. E quindi ci leghiamo a Ravenna con la partenza proprio dai contemporanei di Dante, il quale peraltro scrive “Credette Cimabue nella pintura / tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, / sì che la fama di colui è scura” (Purgatorio, XI, 94-96): sono gli anni ravennati di Dante».

Per fare un esempio, l’ultimo autore che prende in considerazione è Andy Warhol: in che senso la sua arte ha sconvolto il mondo?

«Warhol è il caso proprio di una rivoluzione che è partita dallo specifico delle arti figurative e rapidamente ha invaso il mondo e lo ha cambiato. Perché Warhol ha capito la direzione verso cui il mondo stava andando. Sto leggendo proprio in questi giorni un libro Feltrinelli, appena uscito, di Andy Warhol (“Popism”) nel quale racconta la nascita della pop art, ed è veramente affascinante e divertente anche. Prima New York era degli espressionisti astratti, cioè Pollock, De Kooning eccetera. A Warhol chiedono se li ha conosciuti, e lui racconta che una volta lo hanno portato alla Cedar Tavern, il bar frequentato dagli Espressionisti, e ne parla come di una specie di bruti che si prendevano per il collo e minacciavano di fottersi la fidanzata dell’altro: quello per Warhol era un mondo strano. Invece lui era incantato dalla pubblicità, fece la traversata dell’America da New York a Los Angeles: Warhol è l’esempio di uno che ha cambiato le arti visive perché ha capito il cambiamento della società e in questo modo ha contribuito al cambiamento stesso».

Come funziona secondo lei questa reciproca influenza fra arte e società?

«L’arte risente del mondo – della guerra, della drammaticità dei tempi, di un nuovo romanticismo, dell’esistenzialismo, per fare l’esempio dell’espressionismo astratto – lo restituisce in immagine ma poi quell’immagine viene ufficializzata, diventa l’immagine che enfatizza il mondo dal quale proviene».

Oggi c’è ancora spazio per questo rapporto tra arte e società?

«Beh, in qualche modo sì. Artisti come Damien Hirst o Matthew Barney hanno espresso una mostruosità post umana e oggi ci siamo dentro. L’arte ha sempre antenne e in qualche modo esprime. Pensi al cinema: “Blade runner” ha percepito un mondo, l’ha espresso ed è una previsione e un’immagine del mondo che poi è venuto dopo. E questo ci sarà sempre, in qualche modo e in qualche forma. Perché all’uomo tutto si può vietare tranne che di parlare, di esprimersi».

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