La storia di “The vast of night” è ambientata nella piccola cittadina di Cayuga, New Mexico, durante gli anni Cinquanta.

Al centro della vicenda ci sono Everett (Jake Horowitz), che conduce un programma radiofonico notturno, e Fay (Sierra McCornick), una centralinista dal forte temperamento. Quando la linea telefonica e le frequenze radio cominceranno a subire una serie di interferenze, i due inizieranno a porsi delle domande su un rumore che potrebbe avere origine aliena…

Candidata agli Independent Spirit Awards per la migliore sceneggiatura scritta da un esordiente, questa pellicola di Andrew Patterson, che rimanda alla serie tv “Ai confini della realtà” e a un film come “Incontri ravvicinati del terzo tipo” di Steven Spielberg, ha fatto parlare di sé anche al Festival di Toronto e a quello di Slamdance, dove ha vinto il premio del pubblico.

Patterson, attraverso “The vast of night”, costruisce uno “sci-fi movie” la cui struttura ricorda, per certi versi, uno spettacolo teatrale (ci sono tre location principali e tre scene molto lunghe). Un film, girato con un budget ristretto, che si configura anche come un’esplorazione delle diversità e un commento sul modo in cui la società dell’epoca trattava le minoranze (in una delle sequenze del film, un veterano di guerra telefona a Everett per raccontare la propria esperienza con gli alieni e dice: <<Pensavo che la gente non mi avrebbe creduto perché sono nero>>). Al di là, però, delle sfumature sociali, quello che davvero colpisce di “The vast of night” è la carica stilistica.

Si ha come l’impressione, sequenza dopo sequenza, che Patterson, qui al suo primo film, porti dentro di sé la profonda consapevolezza del fatto che ogni storia sia già stata raccontata e che a fare veramente la differenza sia, alla fine, il linguaggio utilizzato.

Come dimostra la “esuberanza” creativa, in senso squisitamente formale, che pervade tutta l’opera. Basta citare, a questo proposito, soltanto alcuni elementi: i virtuosismi di macchina (vedi, ad esempio, il piano sequenza attraverso la città…) e l’uso del blackscreen; il grande lavoro sul suono; i dialoghi veloci e che talvolta si sovrappongono (come accade nella realtà); il ricorso a fonti di luce morbida lontane dagli attori, tipiche di molte pellicole degli anni Settanta.

<“The vast of night” – ha scritto Gaetano Vallini – non è un capolavoro ma un gioiellino, che sa già di cult del genere fantascientifico, sì. Aiutato in questo anche dal fatto di non essere uscito nelle sale a causa della pandemia. Un film, che inizia e finisce come fosse una delle vecchie serie tv cui si richiama, davvero notevole, se non nell’originalità della storia, sicuramente nella sua messa in scena>.

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