Filippo Nigro al festival “Polis” di Ravenna: l’intervista

Polis teatro festival, per la direzione artistica di Davide Sacco e Agata Tomsic di ErosAntEros, inaugura questa sera alle 21 al teatro Alighieri con “Every brilliant thing” (Le cose per cui vale la pena vivere), con Filippo Nigro per la regia di Fabrizio Arcuri su un testo di Duncan Macmillan.

Attore di cinema e di teatro, diplomato al Centro internazionale di cinematografia di Roma e conosciuto per i ruoli in film come “La finestra di fronte” o “Le fate ignoranti” di Ferzan Ozpetek, ma anche per la partecipazione a fiction televisive come “R.I.S. Delitti imperfetti”, Filippo Nigro è uno dei protagonisti della scena attoriale italiana che si divide fra cinema, televisione e teatro. Premiato al Festival di Berlino, al Festival du cinéma italien di Annecy e al Taormina film fest, Nigro porta a Ravenna uno spettacolo brillante in cui dialoga strettamente con il pubblico, coinvolgendolo nella drammaturgia, per la regia di Fabrizio Arcuri, regista e fondatore dell’Accademia degli artefatti e direttore del Css – Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia.

Nigro, come descriverebbe “Every brilliant thing”?

«È uno spettacolo che coinvolge gli spettatori che, senza avere di fatto un copione in mano, senza sapere cosa succede, vengono coinvolti nella storia che io racconto. La mia cura, e ci tengo a dirlo sempre, perché sarebbe per me la stessa cosa se io andassi a vedere uno spettacolo così, è che avvenga tutto serenamente, in modo molto naturale: il fatto stesso che io sia in scena dall’inizio dello spettacolo, quando la gente inizia a entrare e mi trova lì, e non sanno che io in realtà sto studiando, cercando di capire chi magari è più adatto piuttosto di un altro in alcuni passaggi dello spettacolo. Il racconto è una specie di confessione, che parte da un bambino di sette anni fino a diventare un cinquantenne, e il fulcro è questa lista, che esce fuori dalla testa di questo bambino: una lista di tutte le cose più belle al mondo per cui vale la pena di vivere e che lui scrive proprio per la mamma, come tenti di fare cose estreme. E quindi parla di depressione ma lo fa in un modo particolare, senza nessuna retorica: si riesce a sorridere e quindi, proprio per questo, si vede il problema con una certa lucidità, con una certa distanza, non c’è nessun effetto retorico, drammaturgico, per cui uno si debba commuovere o sentire male».

La conosciamo principalmente come attore di cinema, ma ha sempre continuato a fare anche teatro: cosa le regala un mondo rispetto all’altro?

«Sono ambiti che convivono felicemente. Il fatto è che probabilmente il teatro si muove su delle dinamiche diverse da un punto di vista personale, anche di rapporti: è la cosa che si dice sempre ed è la prima che viene in mente, ma è così: chiaramente in ogni spettacolo c’è uno scambio di sguardi, l’esibizione dal vivo è qualcosa di diverso dallo stare sul set davanti a una troupe anche di due o trecento persone, è una dinamica che ti regala delle emozioni differenti. Ed è salutare, e bello, sono come delle ginnastiche diverse, emotivamente parlando, e a me piace questa varietà di dinamiche, quando mi ci trovo proprio nel mezzo come adesso. Questa alternanza è positiva e ti lascia tanto a livello emotivo, espressivo, ti obbliga anche a non restare sempre uguale, a spostarti sempre su prospettive diverse, a sforzarti, a fare cose sempre nuove».

Questo soprattutto in un testo, come quello di Macmillan, dove è forte la componente di improvvisazione, vero?

«Sì, ed è il motivo per cui quando l’ho letto ho detto “io una cosa così non l’ho fatta”: una cosa in cui, in un modo o nell’altro, l’improvvisazione, l’imprevisto, l’improvvisazione all’interno di uno schema, che all’interno del testo c’è ma che dopo può prendere il largo, a seconda della persona che coinvolgo e a cui devo concedere libertà; perché non posso trattarle come marionette e usarle per il mio scopo e per poter dire la mia battuta. Per cui ci sono dinamiche e rischi vari in un testo come questo e uno deve stare attento a non caderci».

In questo spettacolo è coregista: cosa pensa di questa esperienza?

«Qui per la prima volta anche io sono regista di uno spettacolo, ma perché di fatto ci sono dinamiche di regia che si verificano durante lo spettacolo, ma non è detto che capiterà ancora: non ho mai voluto mettere la tacca, anche se qualcuno mi ha stupito e me lo ha chiesto, come se fosse un processo necessario. Ma non è detto che tutti, anche raggiunta una certa esperienza, debbano fare tutto».

Info e biglietti: 0544 249244

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