NOVAFELTRIA. Venerdì 13 novembre doveva essere la data del suo concerto dedicato al repertorio del padre Ivan Graziani al teatro Socjale di Piangipane, che naturalmente non si terrà, ma prendiamo ugualmente l’occasione per parlare con Filippo Graziani della sua attività, non limitata al solo tributo al padre, che porta sui palchi da vent’anni.
«Continuo a scrivere e suonare cose mie, in attesa di un momento in cui abbia un senso pubblicare qualcosa, in un periodo che un senso non ce l’ha, citando Vasco. Non ho fretta, perché sono libero da vincoli contrattuali».
Sta lavorando come solista, o a capo di una band, come fu negli anni ’90 con i Carnera, ottimo gruppo che ebbe anche un discreto seguito in America?
«Come solista, o, meglio, come cantautore. I Carnera sono stati una bella e goliardica parentesi che ci ha divertito tanto, ma non sono più i tempi per cose del genere, non fosse altro perché siamo invecchiati. Quella era una fase legata alla gioventù, alla voglia di girare l’America con un furgone facendo musica, però un disco pronto dei Carnera, mai pubblicato, c’è, e non escludo che se si riallineassero i pianeti nel modo giusto, e tornasse l’interesse per certe sonorità (grunge, ndr), in futuro…».
Veniamo al suo attuale progetto di omaggio a Ivan Graziani: la definizione che tutti fanno da sempre di suo padre è: «cantautore geniale e sottovalutato». Secondo lei perché?
«Una definizione spiega l’altra: qualsiasi cosa abbia un guizzo di genialità, si estranea dal suo tempo, e diventa qualcosa di diverso, quindi difficilmente valutato nella giusta maniera. La genialità in qualche modo relega a una nicchia, perché arriva a meno persone, almeno in quel tempo. Però devo dire che da quando porto in giro le sue cose noto una grande attenzione e voglia di riscoperta, quindi forse era solo più avanti dei suoi tempi».
Cosa ama di più e cosa meno del lavoro di Ivan?
«Qui occorre fare un discorso un po’ articolato: nella vita di ogni artista ci sono diversi momenti, legati alla volontà o all’esigenza di entrare in determinati ambiti produttivi o commerciali, quindi anche papà ha avuto momenti diversi, più pop, più rock, più sperimentali. Diciamo che ci sono tipi di produzioni che amo di più, come gli album “Seni e coseni”, “Ivangarage”, “Viaggi e intemperie”, e altri meno, come “Cicli e tricicli”, in cui mio padre stava cercando una forma di comunicazione più patinata».
Il repertorio di suo padre è molto corposo, quindi immagino che la scelta dei brani da eseguire in concerto sia diversa nel tempo, ma, al di là dei brani più famosi, che la gente vuole ascoltare, ce n’è qualcuno meno conosciuto che lei tiene a inserire?
«In realtà, come sa bene chi suona con me, le scalette per me non sono altro che appunti, perché io decido lì per lì cosa suonare, con loro grande disappunto. Chiaramente i classici ci sono sempre, ma se mi va di cantare “Olanda”, o qualche altra canzone meno nota, lo faccio, e vedo che la gente apprezza».
Suo padre era orgogliosamente abruzzese: com’è che lei ne è uscito romagnolo?
«Per ius soli. Sono nato e cresciuto in Romagna, mangio romagnolo e penso romagnolo, quindi sono romagnolo (ride, ndr). Scherzi a parte la colpa è di mia madre, che era marchigiana, ma dell’entroterra vicino alla Romagna, eh! Mio nonno materno fu trasferito per lavoro a Novafeltria e i miei genitori, che abitavano a Milano, l’hanno raggiunto all’inizio degli anni ’80, quando sono nato io».

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