Fellini100: Zapponi, "l'altro" sceneggiatore

RIMINI. Un uomo tenta più volte di pronunciare la frase: «Ho la lebbra, amore». È rivolta alla sua donna, «bellissima e indifferente, non ascolta mai, perennemente presa da qualcos’altro, e le parole restano a vagare, sospese, finché – nella notte – egli non percepisce, sulla schiena di lei, le macchioline che annunciano il male».
A illuminarci un po’ è Fabio Camilletti, docente di Italian Studies alla University of Warwick (Uk) e autore di un poco conosciuto ma curioso libro: Italia lunare. Gli anni Sessanta e l’occulto. È grazie a una sua recensione (su mattatoio5.com, sito «polveroso che si occupa solo di libri persi, dimenticati, da ricordare») che riusciamo a sapere qualcosa di Gobal, “annusarne” lo stile, il contenuto: è il primo libro di racconti di Bernardino Zapponi, pubblicato in prima e unica edizione nel 1967 (da Longanesi) con prefazione di Goffredo Parise. Una raccolta di racconti oggi introvabile (se non nei circuiti dei libri antichi e usati), ma che nel 1967 fece da magnete per l’incontro tra Federico Fellini e colui che diverrà suo inseparabile sceneggiatore dalla fine dei Sessanta e per tutti gli anni Settanta, a partire dalla realizzazione del mediometraggio Toby Dammit, poi in Block-notes di un regista, quindi in Satyricon, I clowns, Roma, Il Casanova e La città delle donne (unica parentesi il film Amarcord, sceneggiato da Tonino Guerra).
Vent’anni dalla scomparsa
Bernardino Zapponi, romano, era di sette anni più giovane di Fellini. Quest’anno ricorrono i vent’anni dalla sua scomparsa, avvenuta l’11 febbraio del 2000, all’età di 73 anni, a seguito di un ictus. Era stato «uno dei massimi sceneggiatori italiani» si legge in un articolo del Corriere della sera dell’epoca che lo ricordava come «autore di molti film di Fellini», ma anche di Dino Risi, che in quell’occasione lo definì «compagno di avventure meravigliose nel viaggio che abbiamo fatto insieme nella commedia italiana». Per lui aveva scritto una serie di film a partire dagli anni Settanta (da La moglie del prete a Giovane e belli). Per Mario Monicelli Zapponi scrisse invece la sceneggiatura de Il marchese del grillo, per Sordi Polvere di stelle, ma era passato anche attraverso l’erotismo di Tinto Brass (Paprika), mentre la sua vena thriller poté invece esercitarla in pieno con Profondo rosso di Dario Argento.

«Sono Federico Fellini: ho letto il suo libro e ne sono rimasto incantato». È un copione che si ripeterà varie volte anche negli anni a venire: le telefonate mattutine di Fellini che sanciscono l’inizio di una amicizia, un rapporto professionale, una relazione… Quella a Bernardino Zapponi arriva nel 1967, «una mattina di luglio (alle otto e mezzo!)» rievoca lo sceneggiatore nel suo Il mio Fellini (Gli specchi Marsilio, 1995). Parlarono dei suoi racconti – «li commentò con cognizione e acutezza» – e nell’incontro tra i due che seguì alla telefonata Fellini riferì di essere interessato in particolare a tre o quattro, ne voleva acquistare i diritti per farne episodi di un film.

Toby Dammit
Il regista riminese aveva ricevuto proprio in quel periodo da un produttore francese la proposta di girare uno degli episodi del film collettivo Histoires extraordinaires (“Tre passi nel delirio”), tratti da racconti di Edgar Allan Poe, e non aveva ancora scelto a quale ispirarsi. Avrebbe a suo dire voluto anche utilizzare uno dei racconti di Zapponi, ma dal dire al fare… Fu infatti stoppato dalla produzione. Da quel momento, però, l’autore di Gobal entrerà a far parte della scuderia Fellini.

Insieme individuarono il racconto di Poe intorno al quale lavorare per l’episodio di “Tre passi nel delirio”: Non scommettere la testa con il diavolo, che diventerà Toby Dammit. Tra gite in Mercedes, «lunghi vagabondaggi» per mettere a fuoco le idee, e un episodio reale – il crollo di un ponte ad Ariccia, località nella zona dei castelli romani – la storia prese forma. E Fellini realizzerà «il suo primo film “letterario” con finale tragico».

Il diavolo-bambina
Fellini e Zapponi reinventano completamente Poe, scrivendo la storia di un attore inglese che arriva a Roma per recitare nel “primo western cattolico”. Ricevuto con grandi onori, il suo interesse è concentrato su una rossa Ferrari promessagli in dono. Drogato, fuori di sé, in preda ad allucinazioni, inseguirà il “fantasma” di un diavolo-bambina che gioca con una palla bianca, e andrà a morire – mozzandosi la testa – sorvolando con la nuova auto un ponte crollato.
«A Federico – scrive Zapponi – piaceva l’aspetto di questo diavolo pulito e surreale. Subito Goffredo Parise, informato da chissà chi, si offrì d’interpretarne la parte». Il diavolo sarà però «attraente e innocente». E sarà una bambina. Una idea in realtà non nuova. Già utilizzata dal regista Mario Bava, maestro dell’horror italiano, in Operazione paura (1966), mentre un altro richiamo (ma con la bambina vittima) può essere il celebre M. Il mostro di Düsseldorf (1933) di Fritz Lang. Per la parte dell’attore inglese la scelta cadrà su Terence Stamp (ancora oggi, all’età di 82 anni, affascinante e attivo: è nella serie His dark materials.

Un rinnovamento radicale
Fellini dunque, dopo essere rimasto affascinato dai racconti dello scrittore Zapponi – le cui storie raccolte in Gobal sono per Camilletti «da accostare a tutta una costellazione di testi che, negli stessi anni, inoculano nell’Italia del dopoguerra un’ombra di spettrale malessere, da Ombre di Tommaso Landolfi (1954) ai Sessanta racconti di Dino Buzzati (1958), e fino alle Storie di spettri di Mario Soldati (1962) – con al fianco il nuovo sceneggiatore si avvia a una fase di «rinnovamento radicale» della propria cinematografia. Che da quel momento sarà caratterizzata da temi ricorrenti come «l’ossessione per la morte, i fantasmi, l’aldilà, le atmosfere lunari», temi «cari alla scrittura di Zapponi» come sottolinea lo studioso Andrea Minuz nel suo ultimo libro su Fellini: un approfondito studio intorno al film Roma (“Fellini, Roma”, Rubettino, 2020), in cui dedica giustamente un intero capitolo proprio allo sceneggiatore romano.

Fellini e gli sceneggiatori
Quella tra Fellini e Zapponi sarà un’accoppiata meno “popolare” del team che la precedette, il trio Fellini-Pinelli-Flaiano, come meno popolari, del resto, sono i film realizzati da Fellini in questa fase della sua carriera artistica. La nuova fase entra nel vivo in seguito alla «crisi seguita al naufragio del Mastorna (viaggio nell’aldilà che rimarrà l’eterna incompiuta di Fellini, ndr)» e, volgendo lo sguardo ancora più indietro, dopo che con Giulietta degli spiriti erano già entrati «temi nuovi nel cinema di Fellini (lo spiritismo, l’esoterismo, il fascino per l’occulto, una costruzione sempre più debordante di visioni sganciate dalla logica del racconto)» come nota ancora Andrea Minuz, che riconosce a Bernardino Zapponi anche «un ruolo fondamentale nell’orchestrazione di quelle atmosfere angoscianti che trasformano Roma da una inchiesta sulla città in un film apocalittico». Considerazioni che portano ancora una volta a interrogarsi sul ruolo degli sceneggiatori nei film del regista riminese. Come sottolinea Minuz, «l’idea che i film di Fellini siano “di Fellini” è ovviamente fuori discussione. Ma allo stesso tempo, scorrendo la sua filmografia, ci si rende facilmente conto di come lo stile, le atmosfere, la struttura cambino in base agli scrittori che Fellini ingaggia».

Newsletter

Iscriviti e ricevi le notizie del giorno prima di chiunque altro Clicca qui