Sandra Milo non ha bisogno di troppe presentazioni. Nata a Tunisi 87 anni fa, con il nome Salvatrice Elena Greco, ha recitato nei due film di Fellini degli anni Sessanta che più esplicitamente traducono sul grande schermo la dirompente esperienza psicoanalitica che il regista riminese aveva iniziato a intraprendere sotto la guida dello psicoanalista junghiano Ernst Bernhard. In “8½” Fellini squaderna incertezze, paure, abissi, del suo animo. In “Giulietta degli spiriti” tenta un “8½” al femminile. Per la prima volta filma un lungometraggio con pellicola a colori.

In entrambi i film Sandra Milo è tra le figure chiave. L’amante Carla in “8½”. In “Giulietta degli spiriti” il maestro ritaglia per lei ben tre ruoli. Tre personaggi della fantasia, che ruotano intorno al mondo di Giulietta, la protagonista, la moglie borghese, la donna che lotta con i propri spiriti, in cerca della propria liberazione.

«Perno di questa colossale mascherata psicanalitica è quella specie di allegorica personificazione che Fellini ha creato con Sandra Milo, vera e propria versione moderna di Afrodite, come espressione della potenza venerea, e come Afrodite una e plurima nella triplice incarnazione di Susy, Iris e Fanny» scriveva con acume il giornalista e critico cinematografico Filippo Sacchi in una recensione apparsa su Epoca il 31 ottobre 1965, pochi giorni dopo l’uscita del film.

Regine, dee, archetipi

Quante donne, in questo film. Bellissime. Il colore – alla macchina da presa un mago della luce come Gianni Di Venanzo – e gli abiti – un altro mago, Piero Gherardi, Premio Oscar per i costumi de “La dolce vita” – le rendono tutte regine, dee, figure mitologiche-archetipiche? – che il regista fa muovere in quello straordinario teatro a effetto reale che sa essere il cinema.

Un po’ come se dall’harem di “8½” le donne “felliniane” avessero voluto trasmigrare in altro spazio, da favola, da cartoon. Là non c’era però un ruolo d’attrice per Giulietta Masina. Ci fu per Sandra Milo, e quel film segnò la sua (ri)nascita al cinema.

Quando fu chiamata da Fellini per fare il provino per la Carla di “8½”, Milo non lavorava più per il cinema da un paio di anni. Aveva esordito nel 1955 al fianco di Alberto Sordi in “Lo scapolo”. Sposata con il produttore Moris Ergas, recitò presto in due film importanti: “Il generale Della Rovere” (1959) di Roberto Rossellini e “Adua e le compagne” (1960) di Antonio Pietrangeli. Ma il flop del successivo film di Roberto Rossellini, “Vanina Vanini”, pellicola a sfondo risorgimentale dove interpretava la parte della protagonista, provocò una battuta di arresto alla sua carriera.

«Nessuno mi voleva più, non feci niente per un paio di anni – ricorda oggi l’attrice, che sarà domenica prossima al Bellaria film festival per ritirare un ennesimo premio alla carriera – finché mi chiamò Federico Fellini per fare il provino».

Come vi eravate conosciuti?

«Attraverso Flaiano, a Fregene, in estate. Eravamo a Villa dei Pini, Ennio mi presentò a Federico. Vidi quest’uomo bellissimo, con quegli occhi streganti, e mi sentii catturata come da una calamita. Rimasi folgorata. Poi ci incontrammo a qualche cena. Finché mi chiamò per fare il provino di Carla».

Vennero a casa sua…

«Sì, venne Federico, Gianni Di Venanzo, tutto lo staff. Mi misero il redingote, il cappellino bianco. Federico mi chiese se avessi una chitarra. Avevo un gatto di peluche e feci il provino con quello. Quando mi dissero che mi avevano preso per la parte, però, non volevo farla. Mi convinse l’allora mio marito Ergas».

Cosa le piace ricordare di quell’esperienza sul set?

«La prima scena che girammo, quella dell’arrivo di Carla alla pensione. Marcello Mastroianni quando mi vide mi disse “Bentornata!”. È stato bellissimo. Penso che avere accettato quel ruolo sia stato come una cosa predestinata, perché io non volevo farlo e invece poi è stato straordinario ciò che ne è venuto dopo».

Come si sentì di fronte alla richiesta di affrontare un personaggio come l’amante in maniera così audace per la morale dell’epoca?

«Una delle scene più difficili da fare fu quella nella stanza della pensione dove Marcello mi dice “Fai la faccia da porca”. Mi imbarazzava, ero molto giovane e una cosa così non me l’ero mai sentita dire. Federico si arrabbiò molto, mi disse che se volevo fare l’attrice non dovevo avere pudori né sentimenti in scena. Fu terribile girare quella scena, mi sentii come mi avesse preso e rovesciato la pelle, però poi non ho mai più avuto pudori. Federico riuscì a strappare l’ultimo velo. Gli devo molto».

Anche per “Giulietta degli spiriti” Fellini l’ha voluta come una sorta di dea del sesso, dell’amore.

«Sì, mi ha voluta per ruoli molto fisici. La ballerina con cui il nonno fugge, poi il personaggio di Susy: nella scena dell’altalena, che sprigiona tutta quella sessualità in senso fisico ma anche poetico, non ero a mio agio. Non è stato facile rappresentare la carnalità. Il ruolo della seduttrice in fondo lo giochiamo più che viverlo realmente. Io credo di essere sempre stata quello che in realtà non ero, perché in realtà sono stata una mamma pazzesca, ho lottato tanto per tenere i miei figli. Ma con Federico diventava tutto straordinario, era un po’ come una favola».

Cosa pensa del modo in cui Federico Fellini nel suo cinema ha rappresentato le donne?

«Non credo abbia fatto del male alle donne. Le ha talmente esaltate… Se pensiamo a un personaggio come la Saraghina, di una poesia, di un erotismo anche un po’ infantile. Federico aveva un grande rispetto e pudore per il sesso».

Per Fellini avrebbe dovuto essere anche la Gradisca, ma rinunciò a quel ruolo. Perché?

«Feci anche il provino. Quel ruolo l’aveva scritto per me. Ma in quel periodo dovevo dimostrare al Tribunale dei minori e a mio marito che ero in grado di occuparmi dei miei figli, così rinunciai. Federico mi scrisse una lettera bellissima e mi inviò delle rose».

Tra i numerosi film in cui lei ha recitato, “La visita” di Pietrangeli le sta particolarmente a cuore. Perché?

«Lo considero il mio lavoro migliore. Il personaggio della donna è di una tenerezza straordinaria. Tratta aspetti del femminile importantissimi, il bisogno dell’amore, la capacità della donna di donare, di donarsi».

A Bellaria, dove verrà domenica, sarà proiettato il film “L’ombrellone” di Risi. Fu girato a Riccione. Cosa ricorda?

«Ricordo di essere stata molto bene, era d’estate, c’era un clima molto vivace. Ma non ho avuto amori a Riccione (ride, ndr)».

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