RIMINI. Lui disse di lei: «È una sacerdotessa». Lei disse, anzi scrisse, di lui: «A Federico Fellini mostro che mostra e mostrifica, Sirena egli stesso». Federico Fellini e Meri Lao si conobbero quando lui stava lavorando a La città delle donne, film sul femminismo, nel femminismo, sul “femminile maschile”. Film dalla lunga gestazione (quattro anni), che creò scompiglio tra i movimenti femministi dell’epoca. Uscirà nelle sale nella primavera del 1980. «Io non posso fare un film femminista, posso soltanto rappresentare le fantasie di uno simile a me, di un maschio della mia generazione, su questo nuovo e conturbante mondo femminile, che il femminismo rappresenta», spiegò Fellini in una intervista a Lietta Tornabuoni.
La città delle donne è il primo film di Fellini senza le musiche di Nino Rota, stroncato da un infarto il 10 aprile del 1979. Una grave perdita per il Maestro: se ne andava il più fedele dei collaboratori, un amico. Per la colonna sonora del film in lavorazione arriva l’argentino Luis Bacalov. Ma non tutte le musiche del film sono di Bacalov. Un brano, in particolare, che accompagna uno dei momenti più “baccantici”, allegri, canzonatori, del film non lo è: Una donna senza uomo, testo e musica di Meri Lao (Milano, 1924 – Roma, 2017). Il testo è una apoteosi del nonsense dai toni burleschi. Insieme alla musica, un tango congo, si trasforma in una sorta di filastrocca dalla sottil ironia che però non sempre è stata colta, soprattutto tra il pubblico dell’epoca: «Una donna senza uomo è…» è il refrain della canzone, che poi continua in una serie di strofe che inanellano similitudini assurde: «È come un naso senza officina, un capitombolo senza la mitria, un dizionario senza benzina, un parafulmine senza la cipria… un perizoma senza pignatta, un pipistrello senza culatta, un pomodoro senza ciabatta, un purosangue senza cravatta. Una donna senza uomo è un paralume senza bagnino…». Una delizia da ascoltare, basta cercare su You Tube.
«Meri Lao fu una donna straordinaria. Per La città delle donne di Fellini scrisse questo ironico inno femminista e alcuni dei dialoghi delle femministe. Ma il suo contributo al film non è stato riconosciuto, tutti i diritti delle musiche furono ascritti a Bacalov, mentre Una donna senza uomo si sarebbe meritata una vita propria», lamenta l’antropologa Patrizia Giancotti, che di Meri Lao fu oltre che studiosa anche grande amica. Ne parlerà sabato 4 luglio, a Pesaro, nell’ambito della rassegna Popsophia che quest’anno porta incisa nel tema, Realismo visionario, la dedica a Fellini. Quella di sabato a Popsophia (Pesaro, 2-5 luglio) sarà una intera giornata dedicata a Fellini, con interventi anche del linguista Massimo Arcangeli, di Fabio Camilletti sullo spiritismo, in serata lectio pop di Umberto Curi sull’interpretazione dei sogni, da Freud a Fellini. A concludere Marcello Veneziani.
Meri Laro è nata nel 1928 a Milano, da genitori italiani, anarchici: la volevano chiamare Giustizia e Libertà ma in pieno fascismo non fu proprio possibile. La chiamarono America, di qui il nome Meri. I genitori si trasferirono in Argentina, dove Meri trascorre l’infanzia e l’adolescenza. Studiò musica, conosce Pablo Neruda e nel 1949 si sposò con un ex ufficiale della Marina, Folco Lao. Negli anni Cinquanta se ne andò sola a Parigi, per continuare a suonare, quindi si trasferì a Roma, dove nacque il figlio Curzio. A Roma insegnerà al Liceo Virgilio. Si definiva cantattrice. Fu anche insegnante di Yoga, tanto che per La città delle donne Fellini la utilizzò anche in questa veste, oltre che come comparsa. Scrisse anche numerosi libri, tra cui Donna canzonata, sui cliché femminili nelle canzoni. E coniò il termine Musica strega (altro titolo di un suo libro): «La ricerca di una dimensione femminile della musica», disse in una intervista. «Divenne celebre nel mondo femminista, soprattutto dopo la pubblicazione di Donna canzonata», ricorda Patrizia Giancotti.
Come si conobbero Mari Lao e Fellini?
«Mentre stava preparando La città delle donne Fellini lesse su un settimanale una intervista a Meri sul canto femminile e femminista. All’epoca Meri gestiva un laboratorio di vocalità e gestualità al femminile. Ogni donna aveva una calzamaglia di un colore diverso e sceglieva una vocale, come nella poesia di Rimbaud Voyelles (Vocali). Fellini andò ad assistere a questo rito collettivo, questo mantra in cui le donne si muovevano al suono di vocali che fungevano come da pedale, e decise di coinvolgere Meri nel film».
Perché poi il ruolo di Meri Lao nella colonna sonora non fu riconosciuto?
«Non fu certo per volontà di Fellini, che forse di queste cose non si interessava. Quel che è certo, questo mancato riconoscimento fu un grande rammarico per Meri che aveva chiesto ad esempio a Milva di cantarla, ma anche ad altre interpreti, ma fu sempre impossibile. Il progetto però di farla interpretare non è decaduto, ci proveremo. Ci proverò io, ci proveranno gli eredi, il figlio Curzio con la Fondazione a lei intitolata».
In seguito alla collaborazione per “La città delle donne” Fellini e Meri Lao continuarono a frequentarsi, nacque una grande amicizia. Cosa li legava?
«Le sirene soprattutto».
Le sirene?
«Sì. Fellini parlava con lei di musica, di miti femminili, ma anche dei suoi sogni. All’epoca Meri già si occupava di sirene e inventarono un gioco. Lui le faceva delle domande a cui lei doveva rispondere da sirena. Meri Lao è diventata la più grande esperta di sirene a livello mondiale. Ha scritto numerosi libri sull’argomento e il primo lo dedicò a Fellini “mostro che mostra e mostrifica, sirena egli stesso”. Lei riconobbe in Fellini qualcosa di sirenesco, quella sirena che lui cercava in lei… Del resto è vero, anche lui è sirena: ha il suo canto che fa cambiare rotta, e in lui, nei suoi film, c’è l’enigma».

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