È un Fellini incastonato tra Dante e Kafka ma che, guardato nel profondo, rimanda anche ad altre “perle”, altri richiami forti alla letteratura, principalmente italiana ma non solo, quello che ha voluto proporre nei giorni scorsi l’Istituto di Studi Italiani dell’Università della Svizzera Italiana, diretto da Stefano Prandi (che conta anche alcuni bravi studenti riminesi).

Un modo per esserci nel Centenario, fuori dal clamore delle celebrazioni festaiole, dentro invece a un universo felliniano «ricco, colto, pieno di spunti», di sottotesti letterari, «una miniera che se scavata rivela pepite d’oro», afferma il professor Corrado Bologna, che all’Isi insegna Letteratura medievale e umanistica, tra i relatori dell’incontro che si è tenuto sabato scorso a Lugano.

Nelle intenzioni, una esplorazione «dei fondali letterari del cinema felliniano» attraverso gli interventi di più studiosi di materie letterarie tra cui anche Valeria Galbiati, Giacomo Jori, Marco Maggi, mentre Maria Cristina Lasagni e Stefano Prandi hanno dialogato con Ermanno Cavazzoni, il cui Poema dei lunatici ispirò Fellini per La voce della luna, ultimo film del maestro cosceneggiato dallo scrittore emiliano.

Professor Bologna, perché un convegno su Fellini e la letteratura?

«L’idea è stata lanciata un anno fa dal direttore dell’Isi Stefano Prandi, in vista del Centenario della nascita di Fellini. Si tratta di un tema non particolarmente trattato se non da pochi studiosi, tra cui il compianto Paolo Fabbri, che lo ha sempre fatto in maniera acuta e originale e che è stato ed è il nostro punto di riferimento».

Lei ha intitolato il suo intervento “Fellini, i fantasmi e il Dante mancato”. Ci spiega il perché di questo titolo?

«Intanto perché sono voluto partire da quello che Fellini stesso definiva il suo “fantasmone”, ovvero Il viaggio di G. Mastorna, il grande progetto di film mai realizzato. Fondamentalmente i due fantasmi presenti in Fellini, nei suoi film, sono Dante e Kafka. Ma intendiamoci: non è tanto e solo la citazione esplicita di Dante o di Kafka che va colta e che pure c’è. Per quel che riguarda Kafka basti ricordare il riferimento, nel film Intervista, in particolare alla figura di Brunelda nel romanzo America, così ben evidenziata in un saggio da Paolo Fabbri: questo personaggio che assomiglia tanto anche alla Tabaccaia o alla Saraghina, di una sessualità “comica”, non nel senso che fa ridere, ma che è anti tragica. Il punto vero è però un altro. Il tema di fondo che interessa a Fellini, sia in Dante sia in Kafka è: c’è una salvezza?».

Però Fellini non realizzerà mai un film su Dante, né su Kafka, fatta eccezione per il riferimento in “Intervista”.

«Di entrambi Fellini coglie il forte elemento di visionarietà. In una intervista parla di Kafka come di “uno scrittore già così potentemente visivo che mi sembra presuntuoso intervenire”. Parole analoghe usa in riferimento a Dante, dialogando con Jacqueline Risset, traduttrice in francese della Commedia. Lo affascina la visionarietà di Dante e Kafka ma non riesce a farci un film. C’è una dialettica costante, per tutta la vita ne è attratto ma sente una resistenza. Dentro al Mastorna però ci sono entrambi, Dante e Kafka. E infatti quel progetto non è mai andato in porto (seppure vi abbiano attinto per un po’ tutti i suoi film dopo il 1965, ndr)».

L’accostamento con la Commedia dantesca in riferimento al Mastorna è noto, meno il riferimento a Kafka. Dove si colgono elementi espliciti di collegamento?

«Nella lunga lettera che Fellini inviò al produttore Dino De Laurentis sul Mastorna, il regista insiste sul modello profondamente dantesco-purgatoriale del suo viaggio. Riguardo a Kafka, ad esempio gli accompagnatori che si offrono di aiutare Mastorna giungono nell’immaginario di Fellini non solo dagli angeli della Commedia, ma soprattutto dagli aiutanti dei romanzi di Franz Kafka».

Dietro al Mastorna c’è anche la collaborazione di un grande scrittore con cui Fellini era in sintonia: Dino Buzzati.

«Fellini era in contatto con numerosi letterati e Buzzati fu tra questi. “Lo strano caso di Domenico Molo” di Buzzati fu di ispirazione per il Mastorna. Ma c’è anche un altro racconto, “Viaggio agli inferni del secolo”, che andrebbe analizzato con attenzione. In questo racconto un operaio, lavorando alla costruzione della metropolitana di Milano, come nelle fiabe apre una porticina sotterranea e scopre una città che a Milano assomiglia, ma che di fatto è un inferno moderno».

Possiamo parlare di un discorso di intertestualità per il modo in cui la letteratura è filtrata nei film di Fellini?

«Più che di intertestualità oggi si preferisce parlare di intermedialità. C’è una elaborazione profonda con il linguaggio proprio del cinema, non una trasposizione per così dire mimetica di testi letterari».

Quali altre influenze letterarie sono emerse dal vostro incontro?

«Diverse e molto interessanti. Marco Maggi, docente di Letterature comparate all’Isi, ha messo in luce non solo la frequenza con cui il sintagma “dolce vita” ricorre nell’Inferno di Dante (nei canti IV, XX e XXV) ma ha anche posto in parallelo il film di Fellini con alcuni versi di Guido Gozzano, da I colloqui e Invernale: “Come, come, a quelle dita avvinto / rimpiansi il mondo / e la mia dolce vita!” dove peraltro c’è il riferimento a una ripa, una riva: “E guadagnai la ripa, ansante, vinto”. Pensiamo al finale de La dolce vita con Marcello Mastroianni e la giovane fanciulla (Valeria Ciangottini, ndr) che gli parla dall’altra parte di una riva. Una scena che riecheggerà in una poesia di Vittorio Sereni successiva a La dolce vita, Un posto di vacanza, del 1972: “Ne echeggia in profondo, nel grigiore / l’ora del tempo la non più dolce stagione”».

Lei ha parlato di una «miniera» di riferimenti letterari in Fellini. Ne troviamo anche nell’ultimo film “La voce della luna”. A quali autori si può fare riferimento?

«Ermanno Cavazzoni ci ha parlato dell’importanza di Pinocchio per quel film. Se invece pensiamo alla scena in cui la luna viene catturata, risente molto delle Cosmicomiche di Calvino, come ha fatto notare Stefano Prandi. Ma c’è ovviamente Leopardi condensato in questo film, e andando ancora più indietro, anche l’Ariosto».

News

Tra gli omaggi a Federico Fellini nel centenario della nascita, degno di nota quello proposto dalla Fondazione Cirulli di San Lazzaro di Savena (Bologna) che il 19 settembre ha inaugurato una nuova sezione della mostra Federico Fellini dietro le quinte, a cura di Nicola Lucchi. Una mostra che presenta per la prima volta materiali esclusivi conservati nell’archivio della Fondazione Cirulli che consentono uno sguardo approfondito sui lavori di scena di Danilo Donati, scenografo e costumista vincitore di due premi Oscar. In mostra anche due bellissimi scatti di Fellini realizzati da Pino Settanni, uno dei migliori fotografi italiani degli ultimi trent’anni.

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