Il 17 gennaio 1982 il Corriere della Sera pubblica la seconda puntata di un Amarcord felliniano iniziato sul numero del 31 dicembre 1981, a firma del giornalista Giovanni Grazzini: una lunga intervista a puntate che confluirà nel volume Intervista sul cinema, storica pubblicazione che Laterza darà alle stampe nel 1983, tra i testi cardine della bibliografia su Fellini.

Un nerista in erba

“Fellini giornalista sulle orme di Simenon” era il titolo di questo secondo appuntamento proposto ai lettori del Corsera, che “frugava” nei ricordi di Fellini per ricostruire i suoi primi anni romani, a partire dalle esperienze di disegnatore e giornalista per la rivista Marc’Aurelio e per il giornale Il Piccolo. Ricordando il suo primo articolo, il regista chiamava in causa Simenon. E qui, il racconto che nel successivo libro Laterza resta condensato in poche righe, si arricchisce di particolari, dettagli: «Poiché avevo iniziato a leggere Simenon, dissi che mi sarebbe piaciuto fare la cronaca nera. L’idea di andare in giro per gli ospedali e le questure mi faceva impazzire… Mi ero comportato proprio come Maigret ma non me lo pubblicarono».

L’episodio di cronaca oggetto del primo articolo di Fellini riguardava il caso di una donna che si era suicidata bevendo acido muriatico. «Rimase solo il titolo, “Beve per errore”» ricordava Fellini sulle pagine del Corsera.

Un’amicizia a tutto tondo

Quella lunga intervista di Grazzini a Fellini sul Corriere della Sera appare oggi come uno zoom, un primo piano, che contribuisce a vedere a tutto tondo i contorni della futura amicizia, quella tra Fellini e il grande scrittore George Simenon, che sbocciò quando il maestro era già diventato un regista affermato, ebbe durata pluridecennale, e fu interrotta solo dalla morte del romanziere avvenuta nel 1989.

L’anno decisivo era stato il 1960. Fu quando al Festival di Cannes, di cui lo scrittore George Simenon era presidente di giuria, la Palma d’oro andò a “La dolce vita” di Fellini, che iniziò ad accendersi la scintilla. Simenon era stato determinante nell’assegnazione del premio al maestro riminese. Fu allora che i due iniziarono a conoscersi, a scriversi lettere. A dichiararsi reciproca ammirazione. A scoprirsi “fratelli”.

Sodale e confidente

Simenon, che era di diciassette anni più anziano, si trasforma col tempo nel confidente a cui Fellini rivela i propri stati di crisi, i momenti di scoramento nelle fasi creative, e a cui le risposte dello scrittore appaiono a un certo punto una «necessità indispensabile» per riacquistare fiducia, per portare a compimento l’opera. «Sono sicuro che lei non tarderà a creare di nuovo. È la sua vita. Il suo destino»: con queste e altre parole arrivava l’esortazione di un creatore altrettanto geniale, che non esitava a esprimere con enfasi la propria ammirazione per l’amico regista. Si affrettava anzi, anche attraverso telegrammi, a comunicare il proprio sbalordimento. «Sono incantato e profondamente scosso per il suo Casanova stop. È un affresco superbo e magistrale…». Un incantamento che si ripeteva a ogni film.

Una ammirazione speculare quella di Fellini per il libri di Simenon: «Avrei voluto scriverle subito per dirle della gioia, il divertimento, il conforto che ne ho ricavati» scriveva dopo aver letto Tracce di passi e Un piccolo uomo. Spesso le letture coinvolgevano anche la moglie Giulietta e i complimenti perciò erano al quadrato.

Carissimo…

Fu per prima la casa editrice svizzera Diogenes di Daniel Keel, amico di Fellini, a rendere pubblica l’intensità, fecondità, importanza di quel rapporto, dando alle stampe la corrispondenza tra i due grandi autori. Con il titolo Carissimo Simenon, Mon cher Fellini, fu presentato in anteprima alla Fiera del Libro di Francoforte nel 1997 il volume che in Italia arrivò l’anno dopo, con Adelphi.

La casa editrice torinese già dal 1985 pubblicava i romanzi di Simenon che fino a quel momento era stato edito in Italia da Mondadori. Ed era stato proprio Fellini a intercedere per convincere l’amico scrittore a passare nella “scuderia” dell’editore Roberto Calasso, che definì in seguito «decisiva» la lettera che il regista aveva inviato a Simenon per convincerlo a lasciare Mondadori. L’idea di coinvolgere il regista era stata a quanto pare della moglie di Keel.

A unire Fellini e il grande romanziere erano anche l’interesse per l’inconscio e la psicoanalisi. E se è lo scrittore a sottolineare a più riprese l’importanza del profondo nell’attività creativa, la sintonia su questi temi porta Fellini a raccontare all’amico la visita che fece un giorno alla casa di Jung, in Svizzera, dove gli fu concesso da un nipote dello psicoanalista, caso eccezionale, di entrare nella celebre torre di Bollingen.

Nel febbraio del 1990, intervistato da Antonio Debenedetti, Fellini riferisce, a proposito di Simenon scomparso a settembre, che gli accadeva «di pensare spesso a quanto mi diceva del suo modo di scrivere». Alla domanda: «C’è qualcosa che la commuove, toccandola intellettualmente più da vicino, fra quanto le ha detto Simenon?», risponde: «Una voltà mi confidò che i suoi romanzi li scrive tutti l’inconscio».

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