Fellini e la sua mamma adottiva, la Roma di Cinecittà

RIMINI. «Roma è diventata casa mia dal momento in cui l’ho vista. È quello il momento in cui sono nato. Quello è il mio vero compleanno. Se ne ricordassi la data, la festeggerei».
Amarcord Roma
Che sia tutto da rifare? Le celebrazioni, il Centenario… Eccolo Fellini, che ancora ci depista. Proprio mentre riprendono in ogni dove gli eventi, gli omaggi, le proiezioni, gli incontri dedicati al Maestro, all’ombra dei 100 anni, proprio come stiamo facendo noi del Corriere Romagna con questa rubrica settimanale, ormai da mesi… Lo rincorriamo, lo celebriamo e lui eccolo che ancora una volta ti spiazza: anche se certo lo sappiamo, è a Rimini dove nacque il 20 gennaio 1920, ed è all’infanzia, all’adolescenza, che poi sempre ancora e ancora ritorna, nei suoi film, nei ricordi. “Amarcord”. Ma altrettante volte Amarcord… Roma, nel suo cinema.
Solo che la città eterna che «è diventata casa mia» (lo dice alla giornalista Charlotte Chandler con queste parole, Fellini) è “consunstanziale” a Fellini a un livello non solo per così dire biografico, ma in relazione proprio alla sua poetica cinematografica: «Fellini appartiene a Roma, Fellini è Roma» scrive Marco Bertozzi, regista e docente di cinema, esperto di Fellini, in un saggio di una decina di anni fa, “La città necessaria. Roma nella poetica felliniana” (nel volume Roma nel cinema, Semar). Lo stesso Bertozzi è tornato più volte negli anni sul tema Fellini e Roma, vedendo ad esempio in quest’ultima, per il regista, una sorta di «pantascopio in cui mirare, senza scatola e senza lenti, il circo della vita» (Lo sguardo e la rovina. Appunti per un itinerario su Roma nel cinema, in Roma nel cinema tra realtà e finzione, Fondazione Scuola Nazionale di Cinema).
Roma necessaria
«La poetica felliniana – scrive ancora Bertozzi – sembra vibrare in onirica condivisione con Roma: medesime le categorie estetiche – ridondanza, stratificazione, splendore, teatralità, sgretolamento – di esperienze “aperte” sul gioco (giogo) del senso. Ciò che si prospetta è la consunstanzialità di una essenza, quella del cinema di Fellini e quello della sua città adottiva. Il carattere è di necessità, perché Federico non rappresenta Roma, ma, piuttosto, Roma gli risulta necessaria per la visualizzazione del suo “demone”, quella particolare vocazione alla “messa in immagini” espressa da una poetica e da uno stile inconfondibili».
Diario di impressioni
«Ma in realtà cos’è Roma per Fellini?». La domanda se la ponevano già critici e sodali del Maestro con lui in vita. Qui è Dario Zanelli, giornalista bolognese quasi coetaneo del Maestro e scomparso nel maggio di dieci anni fa. In un ampio articolo uscito il 17 marzo 1972 (ora nel Fondo Zanelli della Cineteca di Rimini) celebrava l’uscita del film Fellini Roma. Zanelli aveva visto la pellicola dedicata alla Capitale al cinema Arena del Sole di Bologna. “Fellini: io e la Capitale”, il titolo del servizio, definiva il nuovo film del regista romagnolo un «denso, penetrante, originalissimo diario di impressioni sulla Roma di ieri e di oggi». «Guardiamoci dal prendere il nuovo film di Fellini per una inchiesta» metteva però in guardia Zanelli sin dalle prime battute, definendolo invece «un ritratto soggettivo fino alla parzialità». E poi si poneva il quesito: e dunque Roma che cos’è? Già. Se Rimini è «un pastrocchio, confuso, pauroso, tenero, con questo grande respiro, questo moto aperto del mare» – sono le parole dell’anima che usa il Maestro per definire la sua città Natale – Roma invece cos’è?.
Una madre per troppi figli
«È una madre – prosegue Zanelli – come ha detto il regista al suo collaboratore per la sceneggiatura, Bernardino Zapponi, che ne dà conto nel nutrito, prezioso volume da lui curato per la collana di Renzo Renzi “Dal soggetto al film”; «ed è la madre ideale, perché indifferente», ha soggiunto, col suo gusto del paradosso. «È una madre che ha troppi figli, e quindi non può dedicarsi a te, non ti chiede nulla, non si aspetta niente. Ti accoglie quando vieni, ti lascia andare quando vai, come il tribunale di Kafka…». Non è, ad ogni modo, una madre santa». Se c’è una madre, c’è anche un bambino. Ed è Federico, il regista. Che crea i propri mondi. Che immagina la città ideale e la vede in Cinecittà. Una costruzione. Dove tutto si costruisce. E tutto si immagina. «Fellini, come Lucifero – ancora Zapponi – non accetta il mondo creato da Dio. Egli vuole farsene uno suo, a sua immagine e somiglianza. (…) C’è anche, in questo, il gusto bambinesco del possesso; dei giocattoli propri. Se un giocattolo non è suo, il bambino non si diverte; se non gli appartiene, deve farlo suo per forza. I film sono i grandiosi balocchi di Federico».
Film-balocchi
I film dove Fellini ha “giocato” con Roma sono soprattutto quelli realizzati tra gli anni Sessanta e Ottanta: da “La dolce vita”, naturalmente, al mediometraggio “Le tentazioni del dottor Antonio” (ambientato in un Eur ricostruito in scala uno a sei), a “Toby Dammit” con le visioni allucinate del protagonista (l’attore Terence Stamp), per poi trovare una reinvenzione della Roma antica in “Satyricon”, ed infine, dopo Fellini Roma, l’urbe invasa dalle pubblicità in Ginger e Fred ed infine quella di “Intervista”. Senza dimenticare, negli anni Cinquanta, la Roma de “Le notti di Cabiria” (con Pasolini a fare da consulente) e de “Il bidone”.
Ha “giocato” con la topografia felliniana romana, l’evento che si è tenuto nei giorni scorsi a Roma dove un gruppo di appassionati di moto d’epoca ha ripetuto il percorso della sequenza notturna con la carovana di motociclette che chiude il film del 1972. Tre minuti in cui scorrono le immagini dei luoghi monumentali dell’Urbe, in una visione distopica che termina come in un imbuto, nel nero di via Cristoforo Colombo (grande strada a quattro corsie che porta all’Eur e a Ostia) e dove alla grandiosità dei monumenti fa da contraltare «l’urto-contrasto dei motociclisti in corsa – scriveva Zapponi – che commetteranno quasi uno stupro sul corpo della città addormentata e vuota».
News
È dedicata a Federico Fellini “Un pizzico di luna, il libro dei sogni”, rassegna musicale al via questa sera a Parma. Nel suggestivo Cortile d’onore della Casa della Musica concerto ispirato a “La strada” e l’indimenticabile colonna sonora firmata da Nino Rota. Sul palco, il trombettista Marco Pierobon e il pianista Federico Nicoletta. Alla musica si alternerà la voce fuori campo dell’attore Maurizio Cardillo che leggerà alcune pagine tratte dal “Libro dei sogni” di Federico Fellini.

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