Doveva essere un “duetto d’amore tra due stregoni”. Ma se restò l’amore – ovvero la stima, l’amicizia – il duetto non si fece mai. Duetto d’amore doveva essere il titolo del film firmato da Federico Fellini insieme al grande regista svedese Ingmar Bergman.

Una conferenza d’amore

Un’idea che venne lanciata nel gennaio del 1969, in una conferenza stampa molto partecipata che si tenne a Roma all’hotel Excelsior (alcuni momenti sono anche su YouTube). L’idea era del produttore americano Martin Poll e sulle prime includeva un altro gigante della cinematografia mondiale, Akira Kurosawa (Tre storie di donne, doveva essere in questo caso il titolo del progetto), che però non fu disponibile.

Il “duetto d’amore” tra Fellini e Bergman, invece, sembrò sul punto di poter essere realizzato. La stampa dell’epoca ne seguì con grande curiosità gli sviluppi. Si trattava di un progetto lanciato nel periodo in cui Fellini era già impegnato sul set del Satyricon, il film ambientato nell’antica Roma e ispirato all’opera di Petronio.

Fu proprio la visita di Bergman sul set a cementare un legame che non stupisce potesse apparire appetitoso per qualsiasi produttore. Bergman vi si recò insieme alla moglie Liv Ullman nell’aprile di quell’anno. «Abbiamo tra noi un maestro del cinema, Ingmar Bergman», lo presentò Fellini alla troupe durante una pausa delle riprese al teatro 5 di Cinecittà. I due si erano già incontrati una volta l’anno prima. Ma fu il 1969 l’anno che intensificò la relazione. La visita sul set del Satyricon durò circa tre ore, come documentano articoli di giornale dell’epoca, raccolti nell’archivio Dario Zanelli della Cineteca di Rimini. Successivamente «nelle prime ore del pomeriggio di Pasqua, Bergman e Liv Ullman, Martin Poll e la moglie, si sono recati nella villa di Fellini a Fregene». Una giornata che si era conclusa con il pranzo di Pasqua preparato da Giulietta Masina. Si era parlato naturalmente del futuro film a quattro mani e Fellini aveva suggerito di iniziare a scriversi per lettera in modo che l’epistolario potesse diventare «un inizio di sceneggiatura». Le cose andarono in maniera molto diversa, però, da come aveva immaginato Fellini.

L’accordo svanisce

Ancora dalla stampa dell’epoca, un titolo del 16 settembre 1969: «Pronti a “girare” Fellini e Bergman». Ma l’11 dicembre 1969: «Fellini-Bergman: accordo svanito». Nei tre mesi successivi al periodo estivo il progetto fa splash.

Il “duetto d’amore tra due stregoni” non si farà mai. Oreste Del Buono, nella sua rubrica “Cronaca del cinema” sull’Europeo, nel settembre di quell’anno faceva già presagire la rottura. Parla infatti delle «nuove preoccupazioni» che «assillano Fellini», nonostante sia reduce da un soggiorno di cure a Chianciano, avvenuto subito dopo la presentazione del film Satyricon alla Mostra del Cinema di Venezia (il 4 settembre l’anteprima, poi il film uscirà nelle sale italiane il 18 settembre). Il critico si domanda se il film annunciato con Bergman «sarà un autentico duetto d’amore?». Un articolo che lascia intuire (come se l’ispiratore fosse lo stesso Fellini) che ne sappia più di quanto lasci trasparire. Del Buono del resto, era nella cerchia dei “felliniani” doc: «Ma più di tutti ama Fellini (…) – scrive di lui in un saggio Alberto Pezzotta –. Appena può scrive di lui, dei suoi film vecchi, nuovi e futuri». «Eravamo d’accordo a mettere insieme una chiacchierata sulle donne» dichiarava nell’articolo il regista riminese, sottolineando peraltro la propria disponibilità ad acconsentire alle richieste del collega svedese (essere il primo dei due episodi di cui si sarebbe dovuto comporre Duetto d’amore). «Ma ora ho l’impressione che Bergman abbia cambiato un poco le carte in tavola – aggiunge Fellini –. Ha già presentato il suo trattamento tutto scritto, a posto. Durata: ottantacinque minuti e mi assicurano che lui i tempi stabiliti li rispetta, che gira con il cronometro. Si tratta di un vero film, di un racconto chiuso, su una donna in crisi… Così mi toccherà modificare il mio pezzo, non più una chiacchierata, debbo girare un racconto pure io».

Il critico dell’Europeo rivela che «Fellini avrebbe voluto raccontare con estrema libertà narrativa… la storia di un uomo precipitante (o precipitato) in una città interamente popolata da donne e, una per una, queste donne avrebbero dovuto rappresentare un tipo di rapporto avuto dal protagonista con le donne». Un’idea che sembra già in embrione il film La città delle donne, che però arriverà solo nel 1980.

Fellini per il suo contributo a Duetto d’amore aveva a quanto pare «in mente un attore, il comico Walter Matthau, quello de La strana coppia».

Quanto a Bergman, pare fosse pronto a girare in novembre.

La sceneggiatura “femminista”
di Bergman

Ma qualcosa resta di quel progetto mai realizzato: la sceneggiatura del film di Bergman, la cui esistenza fu scoperta dall’omonima Fondazione agli inizi degli anni Duemila. Il manoscritto, scritto a mano, porta il titolo Sextiofyra minuter med Rebecka (Sessantaquattro minuti con Rebecka), e la data, 7 agosto 1969. Protagonista della vicenda è una insegnante che lavora con ragazzi sordomuti e che rimane incinta. La storia pare legata al clima sessantottino, ha elementi lesbo e di erotismo spinto, a cominciare dalla visita che Rebecka farà in un sex club dove, al centro di una stanza, «due donne nude sono impegnate in una pantomima dai contorni osceni (…), l’aria è impregnata di fumo. Da qualche parte arriva una musica orientale dolciastra».

Nel 2016 fu dato l’annuncio che la regista femminista svedese Suzanne Osten era sul punto di realizzare un film dalla sceneggiatura di Bergman, ma anche questo progetto sembra per ora finito in un cul-de-sac.

Quello sguardo in macchina
di Masina e Andersson

Se la collaborazione tra i due grandi del cinema non si realizzò mai, su un altro versante, quello propriamente cinéphile, i nomi di Bergman e Fellini svettano come fari, accomunati dal fatto di essere interpreti di una poetica cinematografica innovativa, moderna. È la lettura che per primi ne diedero gli autori della Nouvelle Vague francese, focalizzandosi in particolare sulle figure femminili in Fellini e Bergman, e sulla “poetica degli sguardi”.

«Dobbiamo proprio a Bergman uno dei più intensi e celebrati sguardi in macchina nella storia del cinema moderno realizzato in un film, Monica e il desiderio (Sommaren med Monika, 1953)» ci ricorda lo studioso Andrea Minuz (in “Hitchcock, Bergman, Fellini e il motivo dello sguardo”, 2009). Fu per primo Jean-Luc Godard, in un articolo apparso sulla rivista francese Cahiers du cinéma nel luglio 1958, a evidenziare che con quel film che segnò l’incontro di Bergman con l’attrice Harriet Andersson (e a cui rivolgerà un tributo, ne I 400 colpi, anche François Truffaut), il regista svedese non faceva che anticipare un altro momento che era stato osannato dalla critica d’Oltralpe (a partire dal teorico André Bazin): la scena felliniana in cui Giulietta Masina, nel finale de Le notti di Cabiria, fissa lo sguardo verso l’obiettivo della macchina da presa. Duetto d’amore, evidentemente.

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