Marina Ceratto Boratto, giornalista e scrittrice, è stata insieme alla madre, – la diva degli anni Trenta Caterina Boratto, che Fellini volle in 8 ½ e Giulietta degli Spiriti – grande amica di Federico Fellini. Lo conobbe nel 1961, sul set di . Collaborò al Satyricon e a Block-notes di un regista.

Nell’anno del Centenario felliniano ha raccolto in un voluminoso racconto che si legge come un romanzo – La cartomante di Fellini (Baldini+Castoldi) – i ricordi legati al proprio incontro e alla frequentazione con Fellini.

Com’era di persona Fellini?

«Aveva due caratteristiche molto significative: una era la grazia. Fellini era fatto di una grazia soprannaturale. Era una persona baciata dall’infinito. Però era anche un domatore, aveva sotto il suo comando una infinità di persone che doveva dirigere».

L’indole del domatore si manifestava soprattutto sul set, come si vede nei filmati d’epoca. Le capitò di assistere a momenti particolari?

«Beh certo. Io avevo 16 anni quando la mia splendida madre, Caterina Boratto, mi portò con sé sul set di . Entrai in quel mondo misterioso e magico all’improvviso. Ricordo gli ordini che Fellini dava ad esempio a Brunello Rondi, suo sceneggiatore, sul campo: “Scrivi la scena dell’harem, scrivi la Saraghina….”. Era come un mago esigente e suadente».

E che altro?

«Quando assistetti alla scena dell’harem di , fu impressionante. Il povero Marcello (Mastroianni, ndr) quando si ritrovò costretto a rifare la scena con la frusta che gli aveva mostrato Fellini, era molto imbarazzato. Fellini aveva una forza fisica straordinaria e quella frusta l’aveva lanciata in alto, a destra a sinistra in un modo che Marcello non riusciva a fare».

Nella vita di tutti i giorni com’era?

«Era simpaticissimo. Ti faceva prendere coscienza dei tuoi limiti o problemi attraverso l’ironia. Era molto caloroso, in questo un romagnolo autentico. Se ti incontrava in strada ti sollevava in alto due o tre volte. Era sempre una gioia incontrarlo».

Vi ritrovavate spesso insieme a tavola. Cosa raccontava?

«Ci portava al ristorante dalla Cesarina, a Roma, e ci raccontava ad esempio dei suoi viaggi in America o in Russia. Della Russia ricordo di quando ci raccontò degli interminabili pranzi e brindisi a Mosca, la volta che vinse il primo premio al Festival internazionale del cinema (nel 1963, ndr). Con Sergio Amidei (sceneggiatore con cui aveva lavorato in Roma città aperta di Rossellini, ndr) si ritrovarono a grandi cene e pranzi che lui non riusciva a reggere, pieni come erano delle disquisizioni dei sovietici. Disse che non vi sarebbe più tornato».

Qual era il suo rapporto con il cibo?

«Non l’ho mai visto mangiare moltissimo, ma piluccare. Gli piacevano i taglierini in brodo, cose leggere, come la pasta al pomodoro, di una semplicità enorme. Non amava la carne. Cesarina aveva questa abitudine di dare a tutti una noce o due per iniziare il pranzo, perché era come un gesto augurale. E Federico pensava che la noce, avendo una forma simile al cervello umano, potesse avere un effetto magico su di noi».

A proposito di magico, lei ha conosciuto di persona Gustavo Rol, il sensitivo torinese a cui Fellini fu molto legato. Come era il rapporto tra i due?

«Io sono di Torino come Rol, lo conobbi che ero ragazzina. Fellini era affascinato da Rol. La più grande richiesta di Fellini a Rol credo sia stato sapere con certezza dell’esistenza di Dio. Avrebbe voluto averne la certezza. Mi disse che con Rol l’aveva sfiorata quella certezza… non credo avesse visto qualche fenomeno magico, ma era la forza spirituale di quell’uomo».

Lei a Fellini faceva i tarocchi?

«Non mi sentivo in grado, ma presi qualche lezione e iniziai a farli. Con lui non ero del tutto sincera, sapevo che a volte aveva bisogno di essere calmato».

Perché? Che paure aveva?

«Beh a volte dormiva poco, aveva dei sonni inquieti. Succedeva quando aveva dei traguardi che non riusciva a raggiungere. Come con il film sul Mastorna. Quando saltò fu terribile».

Poi c’era Ernst Bernhard, lo psicoanalista junghiano con il quale affrontò un percorso di analisi.

«Fu insieme a Rol l’altra figura importante della sua vita. Amava andare da Bernhard, nella sua casa all’ultimo piano di via Gregoriana, stupenda, si vedeva tutta Roma. Ora vi abita lo scenografo Dante Ferretti. Fellini saliva l’ascensore che, diceva, andava lento come una mongolfiera. “Io salgo, salgo e mi sembra di non arrivare mai e già questo ha qualche cosa di magico”. All’epoca la casa era più piccola e credo che Bernhard dormisse e analizzasse i pazienti nella stessa stanza, aveva una qualche magia. Faceva leggere ai suoi pazienti Abbandono alla provvidenza divina di Jean- Pierre de Caussade. Ma forse lei vorrà anche sapere di Giulietta…».

Infatti, ci arriviamo. Come era Fellini in privato con la moglie?

«Federico arrivava sempre tardi quando eravamo invitati a cena. Dovere fare il marito credo gli sia costato parecchia fatica essendo un creatore. Era incapace. A Fregene, nella loro casa al mare, Giulietta cucinava con tanta attenzione, amore… Lui arrivava ma aveva magari già mangiato e diceva “ma non mi hai fatto le polpettine? Mi piacciono tanto”. Era abbastanza snervante come marito. Lei ha saputo essere di una pazienza incredibile. In questo era più romagnola lei che Federico».

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