“Fellini anarchico”: intervista a Goffredo Fofi sul suo libro

I l libro è in libreria dagli inizi di gennaio. Goffredo Fofi, con il suo Fellini anarchico (Eléuthera editrice), è tornato a occuparsi del grande regista riminese, accostandolo alle figure di Pier Paolo Pasolini e di Carmelo Bene, altri geniali artisti “anarchici” del Novecento. Ma il suo racconto – una sorsata di un centinaio di pagine – è anche e soprattutto una personale “cavalcata” fin dentro il succo, l’anima, dei film di Federico Fellini. Letti, interiorizzati, con il proprio, dolente, punto di vista: quello di un intellettuale (parola che Fofi non ama) che illumina di luce diretta, e da testimone, i volti dei grandi del secolo passato, collocandoli sullo sfondo di un presente inappellabilmente buio, dominato dalla «cultura del narcisismo» e da un nuovo «fascismo (…) ben più ammaliante e universalmente diffuso di quelli che l’hanno preceduto».

Fofi, nel libro lei colloca Federico Fellini tra i grandi artisti e anarchici del Novecento, insieme a Carmelo Bene e Pier Paolo Pasolini. In che senso anarchici?

«L’arte è sempre, se è grande, anarchica (non sono io ad averlo scoperto!) perché “va oltre”, perché sta nel mondo ma non lo accetta e ne cerca un altro, parla in nome di un altro. Come ha fatto Bene o cercato di fare Pasolini, e tanti altri. In Italia abbiamo avuto una grandissima storia sociale e artistica negli anni tra la fine della guerra e l’orrida messa a morte di Aldo Moro, il nostro popolo ha espresso allora il suo meglio, e in questo meglio c’erano appunto i Fellini, Bene, Pasolini, ma anche le Morante, la Ortese eccetera».

Nel libro “L’Italia secondo Fellini”, un anno fa lei ricordava di essere stato «colpevolmente rigido ed esigente» nei confronti di Fellini, del suo cinema ma di avere rivisto il giudizio conoscendolo. Cosa, in particolare, le fece cambiare idea?

«Ero – ahimè! – e resto un moralista, e allora mi illudevo addirittura, inconsciamente, di parlare in nome di una generazione che avrebbe cambiato il mondo, chiamiamola pure il Sessantotto anche se io ero già adulto, e con esperienze altre (più “socialiste”) alle spalle. Ed era in nome di quello che ero così critico. Ma non mi vergogno affatto di aver litigato con tanti che amavo, forse con i migliori artisti di quegli anni…».

Parlando di “Amarcord”, in cui il Fellini maturo fa i conti con la “sua” Rimini, lei scrive che lui stesso le confessò di essersi aspettato anche critiche per avere scoperchiato comportamenti provinciali degli italiani, substrato del fascismo. A suo parere perché invece non ci furono queste critiche? E perché ancora oggi il film viene perlopiù letto come una rappresentazione tutto sommato bonaria della provincia?

«Il discorso felliniano è spesso ambiguo, è critico ma per molti aspetti compiacente: sì, vuole piacere anche criticando. Il caso di Amarcord è il più evidente, perché c’è molta critica (proprio antropologica) verso la civiltà che racconta, ma sapendo di farne parte e essendoci assai affezionato. E come non esserlo? Sono le sue-nostre radici, la società in cui siamo cresciuti, e lui, più vecchio di me, non può dimenticare di essere stato giovane dentro quella società, che era anche fascista o antifascista in un contesto che ha lasciato il segno su tutti. E di cui alcune tracce sono ancora presenti, nonostante tutto, nelle nostre vene, e nei nostri comportamenti. Anni fa, subito dopo la morte di Fellini, organizzai con amici un convegno a Brindisi (sic, ma sempre cittadina adriatica era!) su Fellini antropologo, le cui relazioni pubblicammo su Lo straniero e altrove. Sì, Fellini è stato il miglior antropologo delle radici italiche, soprattutto di quelle dell’Italia centrale (l’Italia “classica”, infine!)».

Cosa c’è a suo parere in “Amarcord” di particolarmente efficace e azzeccato nel ritrarre gli italiani?

«La loro vitalità, basata bensì su una tradizione solida, contadina, e di città-comune di stampo medievale e rinascimentale. Fellini è membro, mi pare, all’interno della triangolazione classica (padroni, contadini, e mediatori artigiani e funzionari e militari) della terza parte, quella della mediazione».

Nel libro a un certo punto lei definisce Fellini «moralista alla Flaiano». Il loro rapporto fu complicato. In cosa si assomigliavano? E cosa li distingueva?

«Erano due provinciali (e ripeto: adriatici!), come lo erano Bene e Pasolini, e Sciascia, e Gadda! E Tonino Guerra, per di più santarcangiolese! Ed erano tutti, da veri artisti, sostanzialmente alla ricerca di una società migliore, e “anarchici”, critici nei confronti della società classista e borghese, del potere e dei suoi funzionari… E tristi di vedere il bel paese “consumato dal consumismo”. Ma Fellini, rispetto a Flaiano, che era più attento al presente, aveva bisogno bensì di allargarsi anche in altre direzioni, non solo quelle del costume contemporaneo, anche del profondo del Satyricon, del Casanova. Ma la Sagra dello gnocco (ne La voce della luna, ndr) sarebbe piaciuta molto a Flaiano, ne sono sicuro! Ma chi ha osato altrettanto, nella rappresentazione della nostra società, la società dello gnocco così come è diventata e oggi colpita al cuore dal Coronavirus? Chissà come l’avrebbe rappresentata, nella sua spettrale mascherata, il nostro Fellini!».

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