“Fellini? A ognuno offriva una parte di sé diversa”

Cara Vera, mi chiedi di raccontare la parte più personale, più privata, di Federico Fellini. È quasi impossibile. Non solo era la persona più complessa e ricca d’immaginazione, interiorità, esperienza, il genio più metamorfico, capace di trascolorare in profondità e luce e tenebra come quegli occhi che possedevano la mutevolezza delle nuvole. Ma a ognuno offriva una parte di sé diversa. Quella che per gentilezza o mimeticità presentava. Assecondava i luoghi comuni che gli si erano depositati intorno, stava al gioco, e anche il cambiare di umore repentino, la bizzarria, lo sberleffo, ne faceva parte. C’era un lato scherzoso ereditario in quella mescolanza di cultura contadina romagnola e sfottò romano d’anteguerra, a lui familiari, che aveva esercitato fin da ragazzo. Ma c’era in lui un’attenzione profonda verso le persone. Ciò non escludeva giudizi taglienti, sdegni, ire, arrabbiature feroci, scene violente. Su tutto, uomini e fatti, amici e nemici, posava uno sguardo rigoroso, esatto, inesorabile. Ma non era mai acre né ingiusto. Possedeva un’infinita capacità di passione.

L’ho conosciuto a una presentazione in anteprima de La voce della luna. Il film non era ancora doppiato. La sua voce orchestrava tutte le parti in quel modo affascinante di burattinaio, capace di far recitare anche i pezzi di legno. Mi cercò pochi giorni dopo. Era curioso. Mi aveva presentato Pietro Citati, che Fellini stimava più di tutti gli altri critici, e io ero di Rimini… Telefonava quasi sempre al mattino presto, e subito dopo le prime domande ed effusioni, cominciava gran discorsi di libri. Per i libri aveva un amore di avventure fatali. Sapeva benissimo che nella letteratura esistono infiniti gradi. Voleva visitarli tutti. Il rispetto che aveva per gli scrittori e per i poeti veri sfiorava la venerazione, perciò non era il caso che lui, così eccellente nello scrivere, potesse pensare di dire «scrivo un libro». In realtà l’ha fatto in modo brillante più volte. Gli piacevano le storie, senza disdegnarne nessuna. Amava anche la poesia, ma con meno ardore, perché aveva bisogno di racconto, intrigo, esplicazione, e soprattutto, forse, perché la conteneva come un’ape contiene il miele. I libri, la loro immaginazione parallela a quella dei sogni, alimentavano la sua mente che fantasticava, e si traduceva in cinema. Era generoso con gli amici scrittori, li metteva in contatto, voleva aiutarli.

Quello dei libri non era l’unico argomento. Si parlava di tutto, come accade nei discorsi dove da un’osservazione sugli abiti si passa alla religione o alla morte, da un piatto di cucina a un viaggio, da una banalità politica a un pensiero su Dio. Si parlava della realtà contemporanea e dell’Italia per cui provava passione, dei giovani che gli sembravano marziani, delle innumerevoli persone che aveva incontrato, di alcuni amici comuni, dell’infanzia, dei sogni, dei pittori, del nostro paesaggio e delle sue trasformazioni: lo accompagnavo sui luoghi della mia infanzia desertificati o ingombri, descrivendogli quel che non c’era più.

Amava parlare di parapsicologia. Ero a mio agio. In fondo, a dieci anni avevo cominciato a fare da sola esercizi yoga e a leggere Rudolf Steiner nella collana dell’editore Bocca che mio padre collezionava. Avevo curato i saggi di Yeats, ero reduce da un’anestesia con il Ketalar con allucinazioni che diventarono un capitolo di un mio libro. Le “scienze sottili” si incrociavano con magia, sogni. Non si stancava di raccontare le esperienze sinestetiche avute da bambino nella campagna di Gambettola, che sono finite nei suoi film, e che aveva anticipato nei radiodrammi. All’ombra di Jung, lo svelatore e il mago, che Bernhard gli aveva fatto conoscere, si preoccupava dello stato di salute degli amici, coinvolgendo analisti, terapeuti, e Antonio Negro, il decano dell’omeopatia che aveva lo studio in piazza Navona.

Un giorno mi chiese chi era il mio Maestro, e se avevo maestri. Gli risposi che non ne avevo, e lui osservò che non andava bene, che bisognava averne. Pensava che mi sarebbe stata preziosa una figura vicina, magari un Bernhard adatto per me, e inconsciamente si prestava a farmi percorrere quella disponibilità verso il destino, che credeva fosse stata per lui la via maestra della propria vita.

Ma forse tu, cara Vera, vorresti conoscere qualche aspetto di altre abitudini… ecco, quando si andava al ristorante, magari dalla Cesarina, che faceva una cucina bolognese, chiunque ci fosse, si faceva portare prima schegge di parmigiano. Sapeva giudicare il cibo, ma mangiava – e beveva pochissimo. Non è vero che fosse quella buona forchetta che dicono. Faceva assaggini. Alcuni si sono diffusi in aneddoti e storie di vario tipo. A me interessavano altri aspetti, sui quali si sovrappone la malinconia degli ultimi tempi, anche per le difficoltà di trovare produttori. Sebbene alla fine ci sarebbe stato Leo Pescarolo per il progetto dell’Attore – essa diventò nerissima, e una vera ossessione erano i giapponesi della Sony che, tutti uguali, cerimoniosi e mentitori, lo tenevano in ballo con false promesse, sfruttandone la pubblicità.

Più di ogni altra cosa mi interessa ricordare che tutti quei colloqui, con l’offerta di amicizia e ascolto che mi dava, tra complicità e confidenza («siamo fratellini», stranieri «di un’altra parte», «a me puoi dire tutto»), insistendo sull’aggettivo «spudorato» – che non riguardava l’essere Narcisi, ma il riconoscimento del vero Sé, la propria natura originaria – sono stati una rivelazione che mi ha nutrito nel tempo. Sì, circondava di premure, interrogava, ascoltava, scrutava mettendoti alla luce dei suoi occhi: curioso, malizioso, tenero, paterno, malinconico giocoso fino al clown, attento, esplicativo, raccontatore, affabulante sempre, con un’energia che sembrava inesauribile, e non lo era affatto. Le ore passate a discutere dei processi di scrittura per me, dei processi di lavoro da parte sua, insieme all’invisibile mana che esercitava – non erano per me le ore magiche legate al personaggio di fama stellare, ma le ore di insegnamento del vero maestro in cui Fellini si stava segretamente trasformando dentro di me, a mia insaputa.

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