Tutto aveva avuto inizio nell’infanzia. Con un teatro di burattini. Un “imprinting” originario che deve avere fatto certo da sotterraneo collante a quella collaborazione ed amicizia pluridecennale tra due personalità non certo simili: Federico Fellini e Tullio Pinelli. Da un lato il provinciale che arrivato a Roma vi si accasa come Pinocchio nel Paese dei Balocchi, dall’altro un piemontese che arriva dalla città, dalla sabauda Torino, che vanta una discendenza nobiliare (comunque recente), che del territorio d’origine conserverà sempre il carattere disciplinato, la spinta al trovare un ordine nelle cose.

Il regista riminese – spesso propenso al tono ilare e ai vezzeggiativi – si rivolgeva a lui chiamandolo vecchio Tullio, Tullietto, Vecchio Pinellino, vecchio conte solitario.

Li divideva anche la differenza d’età: Pinelli era del 1908, Fellini del ’20. Ma rimasero a lungo uniti, in un sodalizio artistico che iniziò ben prima dell’avvio della carriera registica di Fellini. Quando anzi il destino del futuro regista sembrava andare in altra direzione: quella di sceneggiatore. Con Pinelli si formò infatti nell’immediato dopoguerra quella «ditta di scrittori a quattro mani» (così Kezich) che si impose sulla scena cinematografia dell’epoca con collaborazioni per registi come Germi, Lattuada, Rossellini, Righelli, Matarazzo. Fellini aveva sperimentato già negli anni precedenti il lavoro a due di sceneggiatore con il fiorentino Piero Tellini (“Quarta pagina”, “Chi l’ha visto?”…). Ma la collaborazione con Pinelli continuò anche e soprattutto quando Fellini passò dal lavoro di sceneggiatore a quello di regista: da “Lo sceicco bianco” (1952) andò avanti fino a “Giulietta degli Spiriti” (1965), per poi riprendere con “Ginger e Fred” (1985) e “La voce della luna” (1989).

Una vocazione

«Io ho sempre avuto, non so perché, la passione di scrivere dialoghi per il teatro. Scrivevo per un teatro di burattini di cui mi occupavo con mio fratello. Era molto bello, l’avevamo costruito noi. E il drammaturgo ero io». Tullio Pinelli racconta così l’origine della propria vocazione in una intervista a Tullio Kezich (Il teatro del mondo. Incontro con Tullio Pinelli).

«Mio padre si considerava un drammaturgo prestato al cinema» racconta oggi il figlio Carlo Alberto. Ma fu una vocazione che rischiò di restare sotterranea, secondaria. Tullio Pinelli – che a Torino aveva frequentato il liceo avendo come compagno di classe Cesare Pavese e che aveva come compagni figure legate all’antifascismo come Leone Ginzburg, Massimo Mila, Norberto Bobbio – si era infatti laureato in giurisprudenza. «Faceva l’avvocato ma la sera scriveva drammi e commedie» ricorda il figlio. Fu notato dal critico teatrale Silvio D’Amico. Ma la svolta per la sua carriera arrivò quando partecipò ad un concorso della Lux Film che cercava sceneggiatori per il cinema. Si presentarono in tre: oltre a Pinelli, gli scrittori Elio Vittorini e Vitaliano Brancati che però non avevano pratica di sceneggiature e Pinelli sbaragliò. Fu alla Lux che vide in seguito per la prima volta Fellini, l’incontro che fece scattare la scintilla dell’amicizia e della collaborazione avvenne però per caso davanti ad una edicola in via Veneto, entrambi intenti a leggere le due facciate opposte di un giornale appeso.

Un trio fenomenale

Con Fellini insieme a Pinelli, e poi con l’altra fondamentale “testa”, quella dello scrittore e intellettuale pescarese Ennio Flaiano, si formò un trio fenomenale che germinò già in occasione della realizzazione del film “Luci del varietà” (con Fellini regista insieme ad Alberto Lattuada) e che fu una sorta di marchio di fabbrica per tutta la prima parte della filmografia felliniana. Un’alchimia unica e irripetibile, tra tre personalità diverse eppure complementari.

«Mio padre e Fellini erano persone molto diverse, ma molto in simbiosi dal punto di vista creativo: bastava si dessero un’occhiata, senza parlare, e capivano cosa pensava l’uno dell’altro» racconta ancora il figlio Carlo Alberto. Regista documentarista, è autore anche di un documentario sul padre, mai mandato in onda in Italia, seppure realizzato per Rai International. Un lavoro che raccoglie diverse testimonianze, tra cui quella di Monicelli (Pinelli sarà anche sceneggiatore di “Amici miei”) che rivela un aspetto delle dinamiche di lavoro tra Pinelli e gli altri: «Tullio era quello che non permetteva troppo di cazzeggiare». Un tratto piemontese, se vogliamo, che doveva emergere anche nel lavoro a tre con Fellini e Flaiano.

Sempre complesso distinguere, distillare, il contributo dell’uno e dell’altro autore nelle sceneggiature dei grandi capolavori felliniani, non solo perché poi le cose potevano cambiare sul set. A Pinelli va però certamente riconosciuto il contributo significativo alla sceneggiatura (e addirittura all’idea originaria) del film “La strada” (1954), mentre per il precedente “I vitelloni” il suo ruolo fu ad esempio marginale e limitato al soggetto. Quello era infatti più un film nel quale si riconosceva la “coppia” Fellini e Flaiano, entrambi provinciali e testimoni diretti di “vitellonaggio”.

L’intellettuale suicida

«Un episodio che ricordo di avere suggerito è quello di Steiner» dichiarò invece lo stesso Pinelli in una intervista a Kezich a proposito de “La dolce vita”. Steiner, il personaggio intellettuale che nel film si suiciderà dopo avere ucciso i due figlioletti, conteneva in parte una reminiscenza del suicidio di Cesare Pavese. A ispirare il personaggio anche un episodio di cronaca, di una strage famigliare. «L’ambiente in cui Federico l’ha fatto vivere in quella serata di ospiti, così, era esattamente il contrario di quel che avevo pensato io» dirà però, ancora a Kezich, lo sceneggiatore torinese che, al pari di Flaiano, interruppe la collaborazione con Fellini dopo avere lavorato per “8½” (film di cui, dice il figlio Carlo Alberto, intuì il carattere di capolavoro, e a differenza che in altre occasioni, fu spesso sul set) e poi “Giulietta degli spiriti”. Rimase però sempre in buoni rapporti con Fellini (collaborò tra l’altro con Giulietta Masina a suoi sceneggiati tv) che lo richiamò al suo fianco per Ginger e Fred.

«Mio padre amava le storie ben costruite e i personaggi e in Ginger e Fred c’erano – spiega il figlio –. C’è, e si nota, la sua penna nello straordinario dialogo al buio tra Mastroianni e la Masina». Collaborazione più “fredda” fu quella per “La voce della luna”, per diversità di vedute sulla forma finale della sceneggiatura, che Fellini volle lasciare non abbastanza definita per un cultore della struttura come Pinelli.

Lo stesso Carlo Alberto Pinelli fu per un certo periodo coinvolto nella macchina del cinema felliniano. «Ho fatto una piccolissima parte nell’episodio “Le tentazioni del dottor Antonio”: ero il segretario del protagonista interpretato da Peppino De Filippo, quello che batte a macchina».

Sul set di quel film faceva in realtà l’assistente alla regia. Pinelli, che oggi ha 85 anni, si formò poi in realtà come archeologo. Un mestiere che lo ha portato a viaggiare: «India, Amazzonia: Fellini mi chiedeva spesso che gli raccontassi dei miei viaggi». Carlo Alberto Pinelli è autore di documentari e di libri. Professione documentarista. Storia e pratiche di una passione è la sua raccolta, il suo “itinerario del cuore”, attraverso la storia del documentario fino ai giorni nostri. La nuova edizione è stata appena pubblicata da Edizioni Sabinae.

News

Arriva alla Festa del Cinema di Roma, dove sarà presentato in anteprima domenica 18 ottobre, il film Fellinette, realizzato da Francesca Fabbri Fellini, nipote del maestro. Prodotto da Meclimone Produzioni Cinematografiche, con nel cast tra gli altri Milena Vukotic e Ivano Marescotti, il film prende spunto dal disegno di Francesca che Fellini fece sul foglio di un quadernino nel lontano 1971, dandole il nome “Fellinette”. Una bambina che diventa la protagonista di una favola ambientata sulla spiaggia di Rimini il 20 gennaio 2020, giorno del centenario della nascita.

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