Possono venire in mente i versi di Giovanni Pascoli: «Nella Torre il silenzio era già alto / sussurravano i pioppi del Rio Salto».

Non si vedono pioppi, ma anche qui c’è un rio: il Rigossa, il «Rio Salto» di Gambettola. Ed è proprio qui, a poca distanza, in via Soprarigossa (appunto) che c’è la casa dei nonni di Federico Fellini. La casa con il giuggiolo davanti. Agli inizi degli anni Duemila, per un soffio, non se la sono portata via le ruspe.

Adesso, intorno alla casa ci sono di nuovo i segni di un cantiere: questa volta, però, non per distruggerla ma per farla rinascere, grazie a un recupero architettonico e a un progetto di riutilizzo culturale dell’amministrazione comunale gambettolese, guidata da poco più di un anno da una donna, Maria Letizia Bisacchi. Insieme alla sindaca una giovane donna, l’assessora alla Cultura Serena Zavalloni, con tenacia e passione si prodiga perché, come è giusto che sia, Gambettola abbia finalmente un posto riconosciuto nella “topografia” felliniana.

Concepito a Gambettola

I gambettolesi, cedendo al fervore campanilistico, la riassumono così: «Se Federico Fellini è nato a Rimini, di certo è stato concepito a Gambettola». Impossibile fare obiezioni, a meno che non si voglia riconoscere di trovarci di fronte a nuove leggi di natura: è qui che hanno vissuto i genitori Urbano e Ida fino a due mesi prima della nascita del futuro regista, avvenuta il 20 gennaio 1920 a Rimini. La coppia si era infatti sposata in quel di Gambettola il 19 agosto 1918, pochi mesi dopo essere arrivati in Romagna da Roma.

Ma ciò che conta non sono i “primati”, quanto semmai il posto che Gambettola ha nella «geografia sentimentale specifica» di Fellini, per dirla con Oscar Iarussi (Amarcord Fellini. L’alfabeto di Federico, Il Mulino), che alla lettera B di borgo cita Pavese e il suo incipit de La luna e i falò: «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via».

La casa con il giuggiolo

Quel paese allora è certamente Rimini, il borgo, per Federico Fellini. Ma lo è anche Gambettola, lo è la casa dei nonni. Lo è la nonna Francesca Lombardini, la Franzscheina. Ed è lo stesso regista a dircelo. Nelle interviste, nei suoi scritti, nei film. Nelle visite fatte alle cugine a Gambettola e alla casa dei nonni che oggi si trova poco lontano dal centro del paese, ma agli inizi del Novecento era in aperta campagna. La casa era stata acquistata nel 1854 da Giuseppe Fellini, bisnonno di Federico, per 1.400 scudi. Figlio dei mezzadri Luigi e Giulia Baldini, Giuseppe era nato a Badia di Longiano, come ci informa un recentissimo studio del cesenate Claudio Riva.

Annesso alla casa – una tipica abitazione di contadini, con la rimessa, alberi da frutto, animali domestici – c’era il negozio di generi alimentari e di altri fabbisogni quotidiani. In paese c’è chi ricorda ancora quella volta che Federico Fellini ne chiese notizie, «cercava la casa con il giuggiolo davanti». Gli venne anche il pensiero, la curiosità, di un possibile acquisto.

La mia Gambettola

Ne Il mio paese, il racconto scritto da Fellini nel 1967 su invito di Renzo Renzi e confluito ne La mia Rimini, il regista racconta allora anche la “sua” Gambettola: «…ci andavo d’estate. Mia nonna teneva sempre un giunco nelle mani…».

Figura nume, cui dare un posto centrale nel pantheon delle donne felliniane, la nonna Francesca Lombardini è rievocata nel flashback di che ci porta all’infanzia del progatonista Guido, alla casa di campagna, così simile alla casa dei nonni del regista. La nonna entra in scena recitando in un dialetto-mitraglia, ed «è arduo comprenderla. La sua è una lingua misteriosa, evocativa», come osserva Gianfranco Miro Gori in Le radici di Fellini. Romagnolo del mondo.

La Franzcheina e Toro Seduto

Un ritratto, quello della nonna paterna, che si amplia, si colora di tinte più accese nel testo di Fellini raccolto in Fare un film (Einaudi, 1980): «Col fazzolettone nero che le fasciava la testa, il nasone a becco, gli occhi brillanti come catrame liquido, mia nonna Franzscheina sembrava la compagna di Toro Seduto».

Una immagine da quadro di Hieronymus Bosch, che è proprio il pittore che viene in mente a Fellini «quando penso a Gambettola».

Con la giornalista e scrittrice americana Charlotte Chandler, Fellini è ancora più diretto: «Gambettola – dice – (…) è un paesino circondato dai boschi (era il bosco di Cesena, e infatti è noto come E’ Bosch, ndr) e io lo amo perché amavo la nonna più di chiunque altro al mondo. (…) La maggior parte dei momenti felici della mia infanzia li ho trascorsi con lei a Gambettola durante le vacanze estive».

Francesca Lombardini nasce a Sant’Angelo, frazione del comune di Gatteo, il 12 luglio 1860. «Fu una donna molto severa, dura, energica e sapeva farsi rispettare nella conduzione della famiglia nei campi. Donna di grande e sincera fede, fu molto religiosa e devota, a volte quasi bigotta».

Queste sono alcune delle informazioni fornite da Ezio Lorenzini, gambettolese, docente di latino e greco scomparso nel 2004, nel libro Federico Fellini mio cugino. Dai ricordi di Fernanda Bellagamba (Il Ponte Vecchio): una ricostruzione genealogica basata, oltre che su ricerche proprie, sui ricordi di una delle tre cugine gambettolesi di Federico Fellini. Si chiamavano Elsa, Iole e Fernanda. La seconda, nel 1932 ad appena 11 anni, si stabilì a Rimini in casa Fellini, «per aiutare nei lavori domestici Ida Barbiani». La ristampa del volume di Lorenzini figura tra le iniziative (alcune bloccate dall’emergenza Covid, ma saranno riprese) che il Comune di Gambettola ha voluto promuovere per il Centenario della nascita del grande regista.

Dalla ricostruzione fatta all’epoca da Lorenzini «il 1925 è probabilmente l’ultimo anno di vacanze estive che Federico ha trascorso presso i nonni paterni di Gambettola. Non è però da escludere che sia andato per l’ultima volta da bambino a Gambettola nel 1929».

Dopo quel felice periodo dell’infanzia, Federico Fellini tornò a Gambettola nel 1960, all’apice del successo per La dolce vita, in occasione della morte dello zio Federico Bellagamba (marito di Agostina, sorella primogenita di Urbano) e nel 1990, alla morte della cugina Elsa.

Zingari, carbonari
e il castratore di porci

Non solo la casa dei nonni, ma in generale l’ambiente rurale gambettolese emana un fascino indelebile per Federico Fellini bambino, che «fa lievitare quel mondo ricco di umori, colori e misteri nella sua fantasia di ragazzo cittadino», come scrive l’amico e biografo Tullio Kezich. È un mondo attraversato da figure come «gli zingari e i carbonari», da personaggi come il castratore di porci, che «una volta mise in cinta una povera scema e tutti dissero che era il figlio del diavolo». È di qui che venne a Fellini l’idea per il film di Rossellini Il miracolo, dove recitò lui stesso al fianco di Anna Magnani. È da questi paesaggi e atmosfere che il regista trae ispirazione anche per il film La strada, mentre ha evidenti echi gambettolesi l’incipit de I clowns, dove un bimbo si affaccia alla finestra di una casa così simile al casolare dei nonni. Assiste all’arrivo del circo: «Ma che cos’è?» chiede alla mamma: «È il circo. Se non stai buono ti faccio portar via da quei zingari».

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