Nel tardo pomeriggio del 10 febbraio 1929 Rimini accoglie, con un briciolo di incosciente gioia, la prima neve di stagione. La si attendeva da giorni, da quando l’entroterra – a cominciare da Vergiano – aveva incorniciato di bianco le proprie colline. Per la felicità degli studenti, che pregustano l’interruzione delle lezioni e una mattinata di scaramucce con le consueti “palle” di neve, i fiocchi scendono copiosi come batuffoli di cotone per tutta la notte. L’indomani, però, la città si sveglia avvolta da una impressionante tormenta che smorza qualsiasi velleità godereccia e le energie dei giovani si canalizzano in tutt’altra direzione rispetto a quella ipotizzata. Rimini è letteralmente sommersa dalla neve. Paralizzata. Per consentire alla gente di uscire di casa, squadre di volenterosi armati di badile si impegnano allo spasimo a ripulire le strade e a creare varchi di collegamento tra i portoni e i cancelli delle abitazioni più isolate. È l’inizio di un incubo. A cominciare da quel mattino, la città entra in una spirale di disagi inimmaginabili, che trasformano la vita quotidiana in una catena interminabile di ostacoli fuori dalla portata della memoria. La neve, infatti, continuerà a precipitare ininterrottamente per giorni e giorni superando il metro e mezzo di altezza e registrando intervalli di freddo intenso, durante i quali la temperatura si abbasserà a 18 gradi sotto lo zero. Per oltre un mese i servizi pubblici e le attività commerciali restano bloccati; interrotte le comunicazioni con le frazioni vicine e la campagna. Le scorte dei generi di prima necessità si esauriscono in un baleno e, una volta svuotati gli scaffali dei negozi, diviene un’impresa preparare il desco familiare. Schiacciati dal peso della neve, cedono capanne, casolari e numerosi tetti di vecchie abitazioni. Gli alberi piegati e i rami schiantati non si contano: una vera e propria ecatombe. In parecchie zone della città vengono a mancare la luce elettrica e l’acqua. La penuria di legname costringe diversi abitanti, intrappolati nelle case, a sopportare stoicamente un freddo siberiano. Tremendo il bilancio degli incidenti e dei malori con casi addirittura di assideramento. Le scuole restano chiuse per due settimane e il tram e le automobili riprendono a muoversi regolarmente solo verso i primi di marzo. Per tutto il mese di aprile le vie saranno lastricate di ghiaccio e i marciapiedi ostruiti da ammassi nevosi (Cronaca della Casa delle Figlie di Maria Ausiliatrice di Rimini).
Ammirevole la gara di solidarietà
Le difficoltà causate dalla micidiale morsa bianca incidono particolarmente sui ceti più sventurati, e proprio per alleviare le loro sofferenze prende vita un’ammirevole gara di solidarietà. «La locale sezione del fascio – riferisce Il Popolo di Romagna il 16 febbraio 1929 –, con nobile slancio di umanità ha promosso una pubblica sottoscrizione per la raccolta di fondi che possano servire all’acquisto ed alla distribuzione gratuita di viveri e di medicinali alle famiglie più bisognose». I medicinali, in questo momento di «eccezionale rigore invernale», sono assolutamente indispensabili: è in atto una grave «epidemia influenzale» che appesantisce la situazione di «indigenza e di miseria della popolazione povera».
Lo stesso impeto caritatevole si verifica a Riccione, colpita dal medesimo disagio. Qui, oltre al danaro, si raccolgono alimenti e materiale combustibile. Dalla cronaca dei giornali sappiamo che il risultato di questa «prova di civismo», che registra «il concorso spontaneo ed entusiasta di enti e cittadini», supera le più rosee aspettative: 250 famiglie indigenti, per un totale di 860 persone, ottengono «buoni per carne, latte, pasta alimentare e legna da ardere». Un altruismo davvero encomiabile, quello della ex borgata riminese, perché le squadre di volontari, in giro per il paese e il contado, sono costrette a muoversi in mezzo alla bufera, in una situazione da brivido.
12 febbraio: neve e Conciliazione
Torniamo a Rimini. Il 12 febbraio, mentre si vivono le prime ore di quella micidiale ondata di freddo, che rimarrà famosa nella storia della città, una suora dell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, incaricata di aggiornare la Cronaca della Casa, annota: «Con gioia e commozione apprendiamo il grande avvenimento della Conciliazione tra la Chiesa e lo Stato. Sia ringraziato il Signore!». La segnalazione, giunta in ritardo, e la neve che continua a precipitare non consentono alla piccola comunità religiosa di piazza Tripoli di partecipare, alle ore 18, al solenne Te Deum di ringraziamento officiato dal vescovo Vincenzo Scozzoli nella chiesa di Sant’Agostino (Il Popolo di Romagna, 12 febbraio 1929). Nonostante le difficoltà di movimento il tempio si riempie. Presenti alla funzione il direttorio del fascio, «quasi al completo», le autorità civili e militari e le associazioni cattoliche della città. «La notizia dell’avvenuto Patto di Conciliazione tra la Santa sede e il Governo italiano – si legge su Il Popolo di Romagna del 16 febbraio 1929 –, benché giunta improvvisa, ha suscitato enorme impressione e commozione nella cittadinanza e nel popolo accorso numerosissimo al Te Deum di ringraziamento». Scozzoli ha parole d’elogio per l’intesa raggiunta che, oltre a regolamentare i rapporti delle varie istituzioni ecclesiastiche, «riconosce al sacramento del matrimonio, disciplinato dal Diritto canonico, gli effetti civili».
A Riccione il rituale liturgico, in programma nella chiesa parrocchiale, è rinviato di qualche giorno «causa il cattivo tempo». «La notizia dell’avvenuta conciliazione fra la Santa sede e il Governo nazionale – comunica la stampa – ha suscitato profondo entusiasmo anche in questo comune. Dal balcone della Casa comunale sventola il tricolore e la bandiera pontificia. Il commissario prefettizio, interprete del sentimento di tutta la popolazione, ha inviato a Sua Eccellenza il Capo del Governo un nobile telegramma, nel quale esprime l’esultanza e il giubilo dei cittadini» (Il Popolo di Romagna, 16 febbraio 1929).

Con la firma dei “patti lateranensi”, stilata l’11 febbraio, ha termine la “guerra fredda” tra Stato e Chiesa iniziata nel 1870 con l’ingresso a Roma dei soldati italiani. L’accordo, che prevede un “trattato” e un “concordato”, avrà grande risonanza storica e politica e il 1929 sarà celebrato come “l’anno della Conciliazione”. I riminesi, tuttavia, lo ricorderanno, più semplicemente, come “l’anno del nevone”.

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