Fase2, le associazioni di categoria deluse dall’ultimo decreto

IMOLA. Delusione, molta preoccupazione, e la ferma intenzione di chiedere alla politica di non tergiversare e anticipare i tempi della riapertura rispetto a quanto comunicato domenica sera dal governo. Le associazioni di categoria di commercianti e artigiani si stanno attrezzando anche a Imola per fare pressione sulla Regione affinché, come peraltro il presidente della giunta Stefano Bonaccini ha già fatto intendere, si chieda al governo di riaprire prima di giugno più attività rimaste fuori dall’ultimo decreto. Anche perché Imola, a differenza di altri territori, anche a livello sanitario, sarebbe già almeno con un piede fuori dalla fase 1, come ha detto ieri il commissario regionale Sergio Venturi.
Confartigianato
La Confartigianato ha sondato i propri associati a livello provinciale e quello che ne emerge è un quadro preoccupante di vera e propria «recessione». I risultati della rilevazione del Centro studi di Confartigianato Emilia-Romagna, svolta dal 10 al 23 aprile scorsi con oltre 1.900 interviste a micro-piccole imprese e imprese artigiane della regione, «evidenzia un’ampia diffusione di segnali recessivi», dice Confartigianato Emilia-Romagna. Nel dettaglio della ricerca: «Le imprese artigiane e micro-piccole attualmente chiuse sono il 60,1%: il 55% per attuazione delle disposizioni di governo e regione e il 5,1% per scelta volontaria dell’imprenditore, dovuta alla volontà del proprietario di tutelare la salute dei lavoratori e dei clienti e a un’elevata riduzione degli ordini. Il restante 39,9% continua completamente o parzialmente l’attività. L’8,2% delle imprese aperte ha diversificato la propria produzione per realizzare dispositivi medico sanitari o di sicurezza. Il 75% delle piccole imprese rimaste aperte lamenta l’elevata difficoltà riscontrata nel reperire l’apparecchiatura necessaria per continuare a operare in sicurezza. Il 32,2% delle imprese aperte svolgono tutta o parte dell’attività in smart working. A marzo si rileva un calo del fatturato delle MPI emiliano-romagnole non commerciali del 53,6%. Per il mese di aprile, in cui si estende il lockdown avviato a marzo, le imprese stimano un calo dei ricavi del 69,3%. L’83,6% delle imprese intervistate necessita di un sostegno alla liquidità aziendale: il 48% afferma di aver bisogno di importi superiori a 25 mila euro». Questa la sintesi fornita da Confartigianato regionale. «A livello territoriale i dati sono analoghi –riassume Amilcare Renzi –. Se la filiera della meccanica da noi ha continuato a lavorare più che altrove, il resto è uniformemente in sofferenza. Penso in particolare all’artigianato dei servizi, al dramma del settore estetica e acconciatura che già da tempo si era attrezzato ad affrontare in termini sanitari la nuova situazione e che ora sarebbe completamente pronto a ripartire». Rispetto alla natalità delle aziende, in questi ultimi tre mesi ovviamente nessuno è partito, «chi lo ha fatto a gennaio di fatto è in stallo –aggiunge Renzi –, chi adesso minaccia, scoraggiato, di chiudere speriamo solo che non lo faccia davvero. Quello che è certo è che le nostre aziende si sono attrezzate completamente in termini di sicurezza sanitaria per affrontare la ripresa del lavoro, per questo chiederemo che la regione si faccia interprete presso il governo della necessità di anticipare i tempi di ripartenza». A rischio c’è la voglia generale di intraprendere dice Amilcare Renzi, seppure a livello regionale le imprese intervistate lasciano trapelare qualche speranza: nell’arco di 6-12 mesi 2 piccole imprese su 5 prevedono un recupero della normalità, mentre per 2 su 5 il recupero rimane parziale.
Confesercenti
Il rinvio oltre il 17 maggio o addirittura a giugno della riapertura di gran parte delle imprese del commercio e dei pubblici esercizi da parte del governo ha creato «grande sconforto, delusione e preoccupazione fra tutte le imprese del nostro territorio, e non solo, che pensavano ragionevolmente di poter riaprire a breve le proprie attività ferme ormai da più due mesi». Lo afferma la Confesercenti di Imola in una nota ed evidenzia come il timore del protrarsi della situazione vada a esclusivo vantaggio delle vendite on line, «che trasferisce ricchezza e risorse all’estero». Secondo l’associazione di via Cavour i negozi della città erano pronti a ripartire in sicurezza, e invece. Perciò anche Confesercenti si mobiliterà per «chiedere immediatamente al presidente del Consiglio un incontro per ottenere la riapertura anticipata e dare certezze alle imprese dimenticate da questo DPCM». Le modalità di un lavoro in sicurezza, dicono da via Cavour, lo hanno sperimentato per primi i negozi di generi alimentari, o i mercati ambulanti agricoli. «Quasi un mese di ulteriore chiusura per queste attività vuol dire aggravare ulteriormente la situazione economica, con il rischio concreto che molte attività chiudano per sempre».
Cna
«Acconciatori, estetisti e servizi alla persona devono riaprire subito. Gli operatori sono in grado di garantire la sicurezza. Se no saranno costretti alla chiusura definitiva» rimarca per parte sua la Cna imolese. La mancanza di una data di riapertura per queste attività secondo la Cna rappresenta «una condanna a morte per l’intero settore. Un settore che, con 135mila imprese e oltre 260mila addetti, partecipa in maniera determinante all’economia italiana, oltre a essere essenziale per garantire il benessere della popolazione», come sottolineano al direttrice Cna Imola Ornella Bova e il presidente Paolo Cavini.

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