Tra le due famiglie rivali la relazione sentimentale che aveva unito rispettivamente figlio e figlia delle due fazioni opposte non era servita a placare le conflittualità. Anzi. La loro “fuga d’amore” aveva scatenato una serie di episodi di minacce, calunnie e aggressioni reciproche, culminate in una spedizione armata che aveva trasformato il pronto soccorso in un campo di battaglia, tra il panico di pazienti e personale medico. Una notte di follia, quella avvenuta il 10 gennaio del 2018 al “Santa Maria delle Croci”, per la quale ieri sono state rinviati a giudizio gli esponenti di entrambe le famiglie. In tutto 13 le persone (assistite dagli avvocati Carlo Benini e Francesco Furnari) che andranno a dibattimento, dopo la decisione del giudice per l’udienza preliminare Janos Barlotti, su richiesta del sostituto procuratore Lucrezia Ciriello.

La fuga d’amore

Una storia alla “Romeo e Giulietta” in salsa romena quella ricostruita all’epoca dopo l’intervento massiccio di polizia e carabinieri nel triage del pronto soccorso, che ha comportato per tutti gli indagati l’accusa di interruzione di pubblico servizio. A innescare quell’exploit di violenza era stata la decisione del figlio 18enne di una delle due famiglie di andare a vivere con la figlia 19enne dell’altra fazione. Una scelta osteggiata in particolare dal padre del ragazzo, il quale aveva denunciato la famiglia della fidanzatina accusandola di sequestro di persona. Appurato che era stato invece il giovane a decidere di andarsene di casa (così aveva riferito lui stesso il giorno dopo ai carabinieri di Cervia), l’uomo, un 41enne residente a Ravenna, dovrà ora rispondere anche di calunnia. Ma all’epoca della sua denuncia si erano attivate le indagini con pedinamenti e intercettazioni. E anche nei giorni seguenti, una volta rientrato l’allarme, si erano resi necessari altri interventi. Come quello sotto casa della madre della ragazza, minacciata di morte dai familiari del 18enne: “Questa sarà la tua fine e ti ammazziamo a te e alla tua famiglia”, si era sentita dire assieme ad altre ripercussioni a cui sarebbe andata incontro (il rapimento, l’accoltellamento e lo sfregio della figlia con l’acido, e pure l’uccisione della nipotina di tre anni) se si fosse rivolta alle forze dell’ordine. Così si arriva alla sera del 10 gennaio. In via Aquileia, attorno alle 21, si erano affrontati nuovamente i genitori del ragazzo da una parte, e il nonno e la mamma della ragazza dall’altra. Un regolamento di conti proseguito con il tentativo da parte del 41enne di investire i parenti della 19enne con l’auto. Lo stesso episodio si era poi ripetuto nel parcheggio dell’ospedale (dove alcuni fra i contendenti si erano recati a farsi medicare). Infine c’era stato l’assalto al pronto soccorso. Nella sala d’aspetto erano arrivati i rinforzi del parentado della ragazza, armati di mazze di ferro e una grossa chiave a croce, puntando i genitori del fidanzato. Non erano mancati coltelli e bastoni a completare l’armamentario per chiudere una volta per tutte la faccenda. Fra pazienti chiusi negli ambulatori e urla nei corridoi, erano state le pattuglie di polizia e carabinieri, oltre al servizio di vigilanza, a evitare che la faida si trasformasse in tragedia.

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