Faenza,tangenti all’obitorio L’arrestato depistò accusando un prete

Il rischio, secondo il gip Andrea Galanti, era che anche trovandosi ai domiciliari perseverasse nel tentativo di «intossicare il quadro probatorio» che si era delineato durante l’inchiesta coordinata dal procuratore capo Daniele Barberini e condotta dai carabinieri del Reparto operativo – Nucleo investigativo di Ravenna, avente come oggetto un giro di corruzione tra gli obitori e alcune agenzie di pompe funebri di Faenza e Lugo per il quale viene ipotizzato anche il reato di associazione a delinquere: è soprattutto per questa ragione che, unico fra i 37 indagati, per un 64enne operatore addetto alla camera mortuaria manfreda è scattata la misura cautelare in carcere.

L’indagine

D’altronde, come precisa il gip, l’uomo avrebbe già assunto in varie occasioni un comportamento «spregiudicato» e da casa avrebbe potuto continuare a coordinarsi con altri contatti. Tanto più che in un caso il 64enne si sarebbe rivolto a una figura di spicco dell’Ausl all’interno dell’ospedale manfredo per comunicare via mail di essere a conoscenza delle indagini in corso a suo carico e, allo stesso tempo, per cercare di sviare i sospetti che lo riguardavano e «puntare il dito contro un sacerdote», attribuendo a quest’ultimo il ruolo di tramite con un’altra impresa funebre, la Zama. Quest’ultima, però, non solo risulta estranea al meccanismo di corruzione che avrebbe fruttato circa 15/20mila euro all’anno ad ogni operatore, ma può essere considerata il motore da cui hanno preso avvio le indagini, grazie agli approfondimenti che il titolare, sentendosi vittima di concorrenza sleale nel mondo del “caro estinto”, aveva commissionato ad una agenzia di investigazione privata. Insomma, accuse che nel testo dell’ordinanza vengono considerate al limite del «calunnioso», quelle che sarebbero state formulate dal 64enne faentino nei confronti del religioso e dell’impresa. L’uomo è reputato la “longa manus” del business illecito con un altro tecnico sanitario di obitorio, arrestato anch’egli nella mattinata di venerdì e posto ai domiciliari come altri tre colleghi, mentre sono dieci i titolari di onoranze funebri di Faentino e Lughese interdetti all’attività professionale per periodi che vanno dai 10 ai 12 mesi. L’accusa per gli operatori delle camere mortuarie è di avere violato la direttiva sulla gestione dei decessi in ambito sanitario, che appunto vieta ai dipendenti vestizione e tanatocosmesi delle salme, e di avere accettato soldi per svolgere tali servizi da agenzie funebri “amiche”, che a loro volta sarebbero state raccomandate ai congiunti dei defunti. Un quadro per il quale la Procura ipotizza anche il reato di associazione a delinquere, da cui però il 64enne finito in carcere, sentitosi ieri con il proprio legale così come anche altri operatori coinvolti, sembrerebbe intenzionato a smarcarsi, sostenendo che non sarebbero stati i dipendenti dell’Ausl a spingere i parenti delle persone decedute verso determinate agenzie.

La difesa

La tesi del 64enne è, non solo quella di avere agito sempre pensando di rimanere all’interno della legalità, ma anche che i suoi diretti superiori fossero pienamente al corrente di tale prassi, anche perché i suoi diretti superiori non avrebbero mai dato il via a sanzioni disciplinari, demansionamenti o trasferimenti nei confronti suoi o degli altri operatori coinvolti.

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