Ucraina, venti di guerra: nelle parrocchie in Romagna parte la raccolta alimentare

Faenza

FORLI'. «Andiamo avanti con le nostre vite, non si può vivere nella paura». Padre Vasyl Romaniuk, il cappellano della comunità cattolica greco - ucraina, racconta il vivere quotidiano della famiglia e degli amici in Ucraina, all’alba di quella che appare come l’imminente conflitto più grande d’Europa dal 1945. Tuttavia, nonostante la paura, nelle regioni lontane dal confine con la Russia, in quei territori che non sono il Donbass, «la vita va avanti, perché deve essere così», puntualizza il religioso, che nella zona di Ternopil ha mamma e sorelle, impegnate nel fare scorta di beni di prima necessità, tra cui alimenti, coperte e torce, utili nel caso in cui la situazione degenerasse. «Non li raccolgono solo per loro, ma anche per i loro compaesani, per il prossimo», sottolinea don Vasyl, cogliendo l’occasione per comunicare che lo stesso sta facendo anche la sua comunità in Romagna. «Dalla prossima domenica in poi, a Forlì, Cesena, Faenza e Imola faremo una raccolta alimentare e di aiuti economici da destinare ai nostri fratelli in Ucraina. Ci sono già tante persone che hanno fame. Con questa situazione di incertezza che dura non da mesi, ma da anni, l’economia si sta indebolendo. Non stiamo ad aspettare la guerra: facciamo come il nostro presidente (Volodymir Zelenskyj, ndr) che ha chiesto all’Occidente di intervenire con le sanzioni alla Russia anche prima che Putin ci invada». La comunità ucraina, infatti, non sta ad aspettare. «Noi aiutiamo le nostre famiglie in Ucraina come possiamo, con gli aiuti alimentari, ma anche con la preghiera, e rafforzando il più possibile la nostra unione. Perché se il momento è brutto, il nostro senso di comunità si rafforza sempre di più».

«È così da anni»

Avete paura? La risposta di Elena, ucraina originaria della regione di Volyn, da tempo stabilizzatasi nel comune di San Mauro Pascoli, è come un sospiro, uno sbuffo. Perché il vento di guerra in Ucraina non soffia da qualche settimana, ma «da otto anni, almeno. Almeno da quando la Russia ha invaso e annesso la Crimea ai suoi territori». Nelle parole di Elena, come a dire “l’Occidente si è svegliato solo adesso”, si sente forte il senso di esasperazione per una situazione che esplosiva lo era già da un po’, e che solo ora viene riconosciuta nella sua pericolosità. «La mia famiglia vive lontana dal confine, si trova a due ore da Leopoli, e anche se sono tutti spaventati, si va avanti con la propria vita. Per essere chiara, al momento non credo sia urgente che scappino dal Paese, come stanno facendo nel Donbass, ma se la situazione peggiorasse ...». Al di là delle dichiarazioni dei leader europei e mondiali, il vero punto della questione, secondo Elena, è infatti che «Putin è come una scimmia con in mano una bomba: nessuno sa come andremo a finire, e non parlo solo del mio Paese, purtroppo».

Newsletter

Iscriviti e ricevi le notizie del giorno prima di chiunque altro Clicca qui