Faenza, una serata-evento per celebrare il “prete rock” don Italo Cavagnini

Faenza
  • 31 maggio 2026

C’è un’immagine che più di ogni altra sintetizza l’eredità di don Italo Cavagnini: uno spartito di “Azzurro” di Adriano Celentano appoggiato su un leggio, circondato da ragazzi con le chitarre a tracolla e i capelli un po’ troppo lunghi per l’epoca. Non era solo musica; era una scuola di vita, un modo per stare insieme quando il mondo fuori stava cambiando velocemente.

Oggi, a cento anni dalla sua nascita, quella melodia torna a risuonare tra i portici di Faenza per onorare il “prete rock” che ha saputo parlare il linguaggio dei giovani quando pochi altri osavano farlo.

L’Associazione Pavone d’Oro ha scelto una data simbolica per questo omaggio: lunedì 1° giugno, giorno in cui don Italo avrebbe spento cento candeline. Il programma della giornata riflette perfettamente la duplice anima del sacerdote, capace di unire la solennità della liturgia alla carica vitale delle percussioni e dei bassi elettrici. Si inizierà alle 18 in Cattedrale con una messa celebrata da don Marco Ferrini, attuale presidente del Pavone d’Oro, e da don Dante Albonetti, figura storica da sempre legata al mondo giovanile. Ad animare la funzione sarà il coro delle voci bianche, quel vivaio di talenti che don Italo ha curato per decenni con dedizione paterna.

Ma il vero cuore pulsante della celebrazione esploderà a partire dalle 19.30 in piazza della Libertà. Qui, il sacro lascerà il passo a quel palco che don Italo considerava un prolungamento naturale dell’altare. La serata, curata da Rodolfo Santandrea e Paolo Giovannini in collaborazione con il Caffè Corona, vedrà alternarsi band che hanno fatto la storia della musica faentina e nuove promesse del territorio. Nomi come Ohm, Angeli Neri, Meteore, Trio Italiano, Amedeo Cicoria ed Eucalyptus torneranno a calcare la scena insieme ai vincitori delle ultime edizioni del Pavone d’Oro e alla trascinante Big Band di Artistation.

«L’evento non vuole essere una commemorazione statica - spiegano gli organizzatori - ma un’occasione viva per riscoprire il valore umano e sociale di un’esperienza che dura da oltre mezzo secolo».

Rodolfo Santandrea, testimone diretto di quegli anni ruggenti, ricorda con emozione: «Cantare “Azzurro” nel 1968 non era solo un divertimento, era un obbligo aggregativo. Studiare quel brano insieme per migliorarsi era una scuola di formazione altissima. Don Italo aveva capito prima di tutti che la musica moderna era lo strumento perfetto per creare comunità».

La storia di don Italo Cavagnini è quella di un “immigrato” che ha saputo farsi cuore pulsante di una città. Nato a Bione, nel bresciano, nel 1926, arrivò a Faenza nel 1946. La sua formazione avvenne all’ombra di monsignor Carlo Baronio presso l’istituto “Figli del Popolo” a Sant’Ippolito, dove si prendeva cura degli orfani di guerra. Fu lì che il giovane sacerdote comprese che per salvare i ragazzi bisognava dar loro uno scopo, un linguaggio, uno spazio di espressione.

Nel 1969 nacque l’intuizione più felice: il “Pavone d’Oro”. In un’epoca in cui il Carnevale era l’unica vera occasione di svago, don Italo inventò un festival canoro che obbligava i musicisti locali a mettersi in gioco. Non era solo un concorso, era un ecosistema: band cittadine accompagnavano giovani solisti, creando un movimento culturale che avrebbe portato molti ragazzi a trasformare quella passione in una professione. Negli anni, la sua instancabile energia partorì manifestazioni come il “Cantagiro dei Piccoli”, la “Rock Night” e “Musica sotto la Torre”, trasformando Faenza in una piccola capitale della musica giovane.

Il riconoscimento delle istituzioni non tardò ad arrivare. Nel 1996 fu nominato Cittadino Onorario e successivamente insignito del titolo di “Faentino sotto la Torre”. Eppure, don Italo rimase sempre lo stesso: un uomo di fede che non temeva il rumore degli amplificatori se questo serviva ad attirare i ragazzi verso la condivisione.

Anche dopo il suo ritiro a vita privata e la scomparsa avvenuta nel settembre 2011, il suo spirito non ha mai abbandonato la città.

Oggi, a 57 anni da quel primo seme piantato nel 1969, il Pavone d’Oro è giunto alla sua 45esima edizione. In un’era dominata dal digitale e dall’isolamento social, il festival di don Italo continua a portare fisicamente sul palco oltre 300 bambini e giovani ogni anno. È questo il suo miracolo più grande: aver creato un luogo dove la musica non è mai fine a se stessa, ma è il collante di un’amicizia che attraversa le generazioni.

Lunedì sera, quando le note di “Azzurro” risuoneranno in piazza, sarà chiaro a tutti che don Italo non se n’è mai andato veramente: è ancora lì, dietro le quinte, a sorridere e a dare il tempo a tutti noi.

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