Faenza, si dissolve il patrimonio milionario di una ultracentenaria: condannato il cugino di 90 anni

Faenza

Un patrimonio che all’inizio superava il milione di euro e che nel giro di un decennio si sarebbe praticamente dissolto: «Polverizzato». È l’immagine, efficace e pesante, usata in aula dalla parte civile per riassumere la vicenda di un’eredità finita al centro del processo chiuso ieri in tribunale a Ravenna. Il collegio penale - presidente Antonella Guidomei, giudici a latere Cristiano Coiro e Cosimo Pedullà - ha condannato l’imputato, un 90enne residente a Cattolica, a 3 anni di reclusione per peculato, riconoscendo inoltre una provvisionale immediatamente esecutiva da 10mila euro in favore della parte civile. Il pubblico ministero Monica Gargiulo, al termine della requisitoria, aveva chiesto una pena di 2 anni e 8 mesi, considerando minore l’ammanco in quanto non provato l’intero depauperamento denunciato.

Al centro del procedimento la gestione delle finanze di una benestante signora faentina, rimasta vedova e morta il 17 ottobre 2019 all’età di 103 anni. L’uomo condannato, suo cugino, era stato nominato amministratore di sostegno nel 2009, quando - secondo quanto ricostruito - le disponibilità economiche della donna superavano quota 1.100.000 euro. Dieci anni dopo, al momento dell’apertura della successione, sui conti sarebbero rimasti appena 4mila euro.

L’inizio delle indagini

A far partire l’indagine, nel 2020, fu la denuncia di un amico di famiglia, consulente finanziario della coppia per anni, inizialmente divenuto tutore e poi erede al 50% (inizialmente denunciato dall’imputato). Convocato dal notaio, rimase sorpreso dall’esiguità dell’asse ereditario rispetto al patrimonio che conosceva. Da lì gli accertamenti, basati in larga parte sulla documentazione bancaria e sulle rendicontazioni presentate nel tempo al giudice tutelare. Un processo definito fin dall’inizio “documentale”, costruito sull’analisi di movimenti, bonifici e voci di spesa.

Le rendite non coerenti

Secondo l’impostazione accusatoria emersa nel corso delle indagini coordinate dal sostituto procuratore Angela Scorza, nel decennio finale di vita dell’anziana sarebbero confluite a rendiconto uscite ritenute non coerenti con le sue condizioni personali: cene in ristoranti al mare, acquisti costosi come un pc o una poltrona per il mal di schiena, rimborsi, spese legali, compensi mensili di 5mila euro in favore dell’amministratore, oltre a voci indicate in modo generico, come “spese coperte da privacy”, difficilmente verificabili nel dettaglio. Operazioni che, per la Procura, avrebbero progressivamente eroso il patrimonio della donna, mentre l’amministratore disponeva di ampi margini operativi sui conti e sulla gestione quotidiana delle risorse.

La richiesta di una provvisionale

Nel corso della discussione finale, l’avvocato Luigi Gualtieri, ieri per la parte civile in sostituzione del collega Ermanno Cicognani, ha parlato di «un patrimonio di un milione di euro polverizzato in 10 anni», sottolineando il divario tra consistenza iniziale e situazione finale e chiedendo il pagamento di una provvisionale di 50mila euro in vista di un’eventuale causa civile.

Di segno opposto la linea dell’avvocato Michele Lombini, difensore dell’imputato, secondo cui la gestione poteva essere considerata al più una «contabilità bizzarra e discutibile, ma non contestabile come peculato».

Nel pomeriggio di ieri il tribunale ha ritenuto provata la responsabilità penale, arrivando alla condanna e al riconoscimento di una prima somma a titolo risarcitorio.

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