Botte al figlio e compiti fino a notte fonda: la madre ossessionata dall’igiene e dalla scuola nei guai a Faenza

Ossessionata dall’istruzione e dall’igiene al punto da comportarsi come un sergente di ferro a casa. Guai a chi sgarrava. A farne le spese per anni sono stati il figlio e il marito. Il primo, costretto fin da piccolo a fare notte finché il compito non passava la perfezione pretesa dalla madre, e ad assecondare quotidianamente le sue “regole sanitarie”; il secondo, ingiustamente accusato di maltrattamenti dalla donna e allontanato. Alla fine a processo ci è finita lei, una 39enne di Faenza; deve rispondere di maltrattamenti in famiglia.
Ieri il processo che vede la donna (difesa dall’avvocato Antonio Gambetti) imputata davanti al collegio penale presieduto dal giudice Antonella Guidomei, si è aperto sentendo la testimonianza della parte offesa, l’ex marito. Sua la denuncia sporta nel 2021, «quando mio figlio si è convinto ad andare al pronto soccorso perché non ce la faceva più. Prima - ha aggiunto - aveva il terrore di farlo perché temeva la reazione della madre una volta tornato a casa».
Le indagini, coordinate dal sostituto procuratore Stefano Stargiotti, hanno ricostruito una sterminata lista di episodi che risale addirittura al 2017.
Compiti fino a notte fonda
I compiti a casa rasentavano la tortura. «Erano urla e insulti». Sedute che l’accusa descrive come “estenuanti”, descritte ieri anche dall’ex compagno dell’imputata: «Da quando aveva 7 anni gli faceva fare mezzanotte o l’una, doveva fare la malacopia due o tre volte, poi ricopiare in bella, e se non era soddisfatta cancellava tutto pretendendo che rifacesse da capo. Se non andava bene a scuola o non voleva fare i compiti come pretendeva lei, gli urlava contro, lo insultava, gli diceva “handicappato”, lo picchiava». Secondo il padre del bambino, scenate del genere accadevano anche solo se il bambino colorava fuori dai bordi. In aula ha ricordato anche l’episodio di uno scarabocchio sul libro di matematica, in seguito al quale «lo ha picchiato con un calzascarpe, sbattendogli il libro sulla testa».
Maniaca dell’igiene
«All’ingresso di casa dovevamo subire il processo di sanificazione di entrambi». Il marito doveva attendere alla porta, perché, «la signora non mi aveva dato le chiavi». Il bambino «veniva preso alla soglia e portato in bagno senza nemmeno mettere i piedi per terra. Poi toccava a me, dovevo stare in piedi un’oretta prima di poter entrare in casa». Fino ai 9 anni, secondo l’accusa, dopo ogni doccia la madre avrebbe continuato a prenderlo in braccio portandolo a letto per evitare che si sporcasse i piedi.
Tutto in funzione dell’igiene, anche le offese, pure quelle menzionate dal teste in aula: «Gli dava del maiale, lo chiamava porco, non gli era concesso nemmeno di pulirsi il sedere, rimproverandolo di avere le mani piene di batteri e di sporcare lo sciacquone». Era quello il contesto di altre percosse o vessazioni: fra queste, il capo d’accusa contesta alla 39enne di avere spruzzato detersivo negli occhi del figlio, costringendolo poi a fare la doccia con l’acqua fredda, percuotendolo con il sifone. «Mi raccontò di essersi rifugiato sotto le coperte - continua il padre - mentre la madre continuava a picchiarlo».
Il bambino sarebbe stato privato pure della possibilità di praticare lo sport di cui era appassionato, così come di vedere o frequentare i coetanei. «Negli anni del covid - ancora la testimonianza fiume del padre - non ha potuto fare nulla perché la madre non voleva vaccinarlo, sostenendo che avesse patologie trombofiliache».
Cadute le accuse verso il padre
Solo dopo anni è stato lo stesso bambino, alla soglia dell’adolescenza, a chiedere al padre di accompagnarlo all’ospedale mostrando i segni dei graffi alle braccia e sfidando la minaccia della madre, che aveva promesso di non fargli più vedere il genitore se avesse raccontato delle percosse ricevute. Gli diceva di avere registrazioni compromettenti. E proprio con la “vendetta” dell’ormai ex moglie ha dovuto fare i conti il padre del bambino, costituitosi parte civile con l’avvocato Andrea Visani; denunciato dall’imputata per maltrattamenti, è stato prima allontanato da casa per poi vedere cadere in toto le accuse a suo carico, giudicate infondate dal tribunale. Ora il figlio è affidato a lui.