Faenza, querelata per una recensione negativa sul web: assolta imprenditrice del vino

Aveva pubblicato in rete una recensione negativa nei confronti di un’azienda che avrebbe dovuto ampliare il suo portafoglio clienti fornendole nominativi di possibili acquirenti o importatori di bottiglie di vino.

Ma la recensione le è costata la querela per diffamazione da parte del titolare dell’azienda stessa, una Srl con sede in Lombardia: «Non firmate contratti prima di aver fatto verificare da un avvocato la regolarità – aveva avvertito la cliente delusa, in una recensione che appariva cliccando il nome dell’azienda su Google –. Vi promettono fatturati e clienti inesistenti e vi chiedono commissioni senza risultati. Decine e decine di imprenditori si sono trovati in una situazione irreversibile dovendo pagare per prestazioni senza risultati».

La vicenda, risalente al 2018, riguarda un’imprenditrice faentina di circa 70 anni, attiva nel settore dell’enologia e dell’agriturismo, difesa dall’avvocato Pietro Chianese del Foro di Bologna. Ieri la seduta finale del processo, nel corso della quale sono stati sentiti come testimoni altri imprenditori entrati in contatto con l’azienda stroncata online, che hanno riportato esperienze simili a quella della donna, facendo anche riferimento a processi che li hanno visti coinvolti in qualità di parti offese. Secondo quanto emerso in fase dibattimentale, la società avrebbe contattato aziende in tutta Italia per proporre strategie di implementazione del fatturato, fornendo liste di nominativi di possibili clienti.

Nulla di strano, se non fosse per una clausola, definita «vessatoria», che vincolava i sottoscrittori del contratto al pagamento di una cifra intorno ai 30mila euro qualora, entro un anno dalla firma, non avessero informato l’azienda sui risultati ottenuti. Risultati che, oltretutto, sarebbero sempre stati inesistenti, dal momento che, sempre secondo quanto riferito dai testimoni chiamati a deporre, i nominativi forniti, una volta contattati, risultavano ignari di qualsiasi rapporto con l’azienda o addirittura fittizi.

Uno schema che potrebbe essersi ripetuto più volte a scapito di innumerevoli imprenditori: la documentazione presentata dalla difesa fa infatti riferimento a diverse sentenze di magistrati di tutta Italia.

Una, emessa dal giudice Corrado Schiaretti del tribunale di Ravenna, parla esplicitamente di atteggiamento «furbetto» da parte della società lombarda. Insomma, anche l’imprenditrice faentina si sarebbe imbattuta in una realtà dalla serietà quantomeno dubbia, ritrovandosi per giunta con la beffa della denuncia per diffamazione.

Il giudice Tommaso Paone ha quindi assolto la donna «perché il fatto non sussiste», come richiesto sia dal viceprocuratore onorario Katia Ravaioli che dalla difesa, rivendicando il legittimo diritto di informazione e di critica.

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