Faenza. Processo al marito-padrone: “Obbligata a indossare il velo”

«Era l’uomo ideale, ma una volta arrivato in Italia e ottenuto il permesso di soggiorno si è trasformato: voleva sottomettermi, mi picchiava, mi minacciava, mi ha violentata, e pretendeva che mettessi il velo». È il racconto di un matrimonio da incubo che ha portato alla denuncia di un uomo 34enne di origini marocchine, finito a processo con le accuse maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale. Ieri, con la voce spezzata dalle lacrime, è stata sentita la moglie, che rispondendo alle domande del sostituto procuratore Cristina D’Aniello ha riferito al collegio penale presieduto dal giudice Cecilia Calandra (a latere i colleghi Antonella Guidomei e Andrea Chibelli) le vessazioni sopportate a partire da quando, il 3 agosto 2019, il marito si è trasferito dal Marocco a Faenza.

Il matrimonio

Non era stato sempre così. La donna – una 37enne marocchina costituitasi parte civile con l’avvocato Giancarlo Ragazzini – nel 2018 aveva conosciuto durante un breve periodo trascorso nel Paese natale l’uomo che sarebbe diventato il futuro marito. «Diceva di conoscermi, era molto gentile, mi sembrava l’uomo ideale. Dato che la mia religione non prevede la convivenza, ci siamo sposati in Marocco. Poi ho fatto il possibile, anche con l’aiuto di un avvocato, per portarlo qui in Italia». Cosa effettivamente accaduta nell’estate successiva; la donna era già incinta, convinta di vivere un matrimonio più felice del precedente, concluso da tempo. «Qui lui è cambiato», ha raccontato in aula cercando la forza per rivivere i fatti denunciati, nonostante la presenza in aula dell’imputato (assistito dagli avvocati Federica Montanari e Daniela Saragoni). «Ho pensato fossero i miei ormoni dovuti alla gravidanza, che non mi consentivano di capirlo, poi sono arrivate le minacce di morte, in marocchino, con parole che proprio non riesco a dire». Su insistenza della corte ne ha riferite una su tutte: «Mi disse puntandomi il dito contro, ‘Ti tolgo gli occhi se mi vieni contro?’».

«Vivevo sottomessa»

Alle minacce si sommavano le violenze psicologiche: «Dovevo fare quello che comandava lui. Dovevo essere sottomessa. Mi obbligava a indossare il velo, nonostante io non l’abbia mai messo, e nemmeno la mia famiglia e mio padre, che hanno una mentalità aperta, me l’abbiano mai imposto». L’accusa contesta poi anche un episodio di violenza sessuale. La vittima ha raccontato però di una pluralità di abusi: «Voleva che rimanessi nuovamente incinta, lo so che per la nostra cultura è un diritto, ma io avevo appena partorito con intervento cesareo. Così ha preteso rapporti sessuali non protetti». L’incubo si è interrotto alla vigilia di Natale del 2019 quando, «ubriaco», l’uomo se la sarebbe presa con il figliastro, ormai adolescente, intervenuto in difesa della madre e della sorellina di pochi mesi. La sua colpa? «Vedendolo fumare apposta addosso a me e a nostra figlia, aveva tentato di prendergli la sigaretta di bocca». Ci hanno pensato i carabinieri, che al loro arrivo hanno raccolto la denuncia.

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