Faenza, pazienti privati ricevuti in ospedale, medico a processo

Di tanto in tanto si affacciava in reparto qualche paziente “sconosciuta”. Alle infermiere di turno chiedeva del medico di guardia andando a colpo sicuro, chiamandolo per nome e cognome, come se già sapesse che era in servizio, e come se il dottore in primis stesse aspettando il suo arrivo. La donna entrava in ambulatorio e una volta terminata la visita se ne andava. Nei registri dell’ospedale, tuttavia, di quell’accesso non rimaneva alcuna traccia. Una procedura apparentemente inusuale quella per la quale ora un dirigente medico – tra il 2014 e il 2015 in servizio al reparto di Ostetricia e Ginecologia dell’ “Infermi” di Faenza – è a processo con l’accusa di abuso d’ufficio continuato.

L’accusa

Secondo quanto gli viene contestato, mentre era di turno all’ospedale civile non avrebbe potuto ricevere le proprie pazienti “esterne” seguite in libera professione, togliendo di fatto ore al servizio già retribuito dall’Ausl. Motivo per il quale anche l’azienda sanitaria si è costituita parte civile con l’avvocato Roberta Sama, nel processo che ieri si è aperto davanti ai giudici del collegio penale, Federica Lipovscek, Beatrice Marini e Cristiano Coiro.

Per inquadrare quale fosse l’ “andazzo” quando era di turno il dottore, e se quelle procedure fossero lecite, sono state chiamate a testimoniare alcune infermiere, in quegli anni in servizio nel reparto.

Su una cosa non hanno mostrato alcuna perplessità: secondo le disposizioni a loro impartite, avrebbero dovuto registrare ogni accesso regolare in corsia, sia che fosse passato prima dal pronto soccorso, sia nel caso la paziente si fosse presentata direttamente a loro, caso non raro avendo spesso a che fare con donne in dolce attesa.

Le visite “extra”

Eppure c’erano delle strane eccezioni. Capitavano «la domenica e i giorni festivi, o in orario serale» quando di turno c’era appunto il medico, hanno riferito in aula le testi. «Arrivavano pazienti sconosciute e chiedevano del dottore. Queste non avevano alcuna registrazione». Nonostante ciò lo specialista «le riceveva, in ambulatorio o nella stanza dei dottori». Che cosa avvenisse durante quegli incontri, è l’incognita alla quale le domande del sostituto procuratore Marilù Gattelli hanno cercato di dare risposta. Qualcuna, tra le testi, ha ipotizzato il controllo di qualche esame o referto. Eppure in certe occasioni – così è emerso ieri – è capitato che quegli incontri a porta chiusa si prolungassero più a lungo, lasciando intuire che in corso ci fosse una vera e propria visita ginecologica privata. Circostanze che si erano inevitabilmente ripercosse in ritardi del responsabile medico, quando le infermiere del reparto avevano bisogno. E forse proprio a causa quelle attese sono partite le indagini dei carabinieri dei Nas, dal cui riscontro si è arrivati al rinvio a giudizio.

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