Faenza, la Shoah vissuta e raccontata dal cardiologo Finzi

Era un bambino di 8 anni quando, il 3 settembre 1938, andò a comprare il giornale per il padre e un titolo in prima pagina – «Insegnanti e studenti ebrei esclusi dalle scuole governative e pareggiate» – cambiò radicalmente la sua vita.

Insignito il 31 gennaio 2020 della cittadinanza onoraria di Ravenna, Cesare Moisè Finzi ha raccontato attraverso un’attenta documentazione storica l’odissea vissuta con la famiglia fuggendo dalle persecuzioni razziali, in Qualcuno si è salvato. Niente è stato più come prima, edito nel 2018 dal Ponte Vecchio di Cesena, a cura di Lidia Maggioli.

Illustre cardiologo ferrarese, che vive ora a Faenza, Finzi è ancora attivamente impegnato a portare, specialmente nelle scuole, la sua testimonianza di vita. Le vicende della sua famiglia sono state tramandate dal grande romanzo di Giorgio BassaniIl giardino dei Finzi-Contini («Era uno straordinario insegnante di lettere – ricorda Finzi –, solo leggermente balbuziente, ma quando scandiva i versi, italiani o latini, il suo difetto di pronuncia scompariva, e la lettura delle poesie risultava straordinariamente coinvolgente»).

La fuga in Romagna

Grazie a Finzi è possibile conoscere quale fu l’odissea vissuta cercando salvezza in Romagna, dapprima a Ravenna, nella famiglia Muratori, poi, grazie all’aiuto del sarto Morganti di Cattolica, a Mondaino e successivamente nelle campagne tra Gemmano e Montefiore, trovandosi al centro dei combattimenti, in mezzo ai due eserciti.

Nell’ambito del progetto di recupero della Memorie della Linea Gotica Orientale, legato ai tragici eventi che sconvolsero il territorio della Valconca, un’ampia intervista a Finzi è disponibile tra le varie testimonianze raccolte in video, a cura di Cristina Gambini e Diego Zucchetti, sul sito www.memorielineagotica.it e sull’omonimo canale Youtube.

Finzi, in questi giorni si commemora la scomparsa di Primo Levi. Anche lei ha ricordato fin dal titolo del suo libro che «niente è stato più come prima».

«Certamente, come avrebbe potuto essere diversamente per un bambino a quell’epoca? Sarebbe stato del tutto diverso il mio vivere successivo. Impossibile non ricordare quei giorni in cui non puoi più andare a scuola perché sei ritenuto un essere inferiore…».

In questo anno di pandemia si è sentito spesso ripetere che quella che si sta vivendo «è una nuova guerra». «Pensate a quel ragazzino – lei ha scritto – che durante la guerra doveva sperare che l’Italia perdesse, ma lui era italiano: come poteva sperare che l’Italia perdesse la guerra!?».

«Fu un’altra delle infinite problematiche che ci trovammo a vivere, costretti ad augurarsi che l’Italia perdesse la guerra, così noi ebrei ci saremmo salvati. Una situazione terribile di dubbio ed incertezza. Proprio come con la pandemia. Da un lato bisogna sperare di non ammalarsi, dall’altra si soffre a vivere reclusi».

«Il ricordo è importante perché da esso parte la conoscenza», ha scritto. «Molte persone non sanno nulla, ignorano, perché non è stato insegnato loro a conoscere e apprezzare la diversità di ognuno di noi, che è ricchezza». Come ricorda l’accoglienza ricevuta dalla sua famiglia in fuga?

«I Muratori sarebbero diventati ricchi se ci avessero denunciato (segnalare la presenza di ebrei alla polizia permetteva di ricevere una considerevole somma, ndr). Hanno accolto tredici persone della nostra famiglia. Quindi si può immaginare quale sia ancora il ricordo e la riconoscenza e sono ancora in contatto con la famiglia. La porta della casa dei Muratori era la porta delle case dei ravennati. In quel gesto meraviglioso che loro hanno compiuto tutti possiamo riconoscerci. Dove la memoria è collettiva non ci sono più affari personali».

La Valconca, dove la sua famiglia trovò pure accoglienza, non ha fatto mancare recentemente il proprio generoso aiuto umanitario ai profughi bloccati nel gelo del campo balcanico di Lipa. Il senso della solidarietà umana si è quindi reso nel tempo un valore per la vita di tutta una comunità.

«Memorare la salvezza che ricevemmo in Valconca grazie a persone meravigliose è ancora un ricordo coinvolgente, ed è stato sufficiente a dare un’impronta alla mia vita futura. Il mio compito non si esaurisce mai. Per questo ho deciso di fare il medico, perché in tanti hanno aiutato me e la mia famiglia e ho potuto creare 50 anni fa anche il primo centro di cardiologia in Romagna, prima Unità coronarica sorta tra Bologna e Ancona».

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