Faenza, la perizia: “Incendio doloso alla Lotras”

Tracce di benzina e acceleranti chimici in più parti del capannone, trovate all’interno e all’esterno della ciclopica struttura andata carbonizzata nel maxi incendio. Sono sopravvissute per oltre un anno tra le macerie della Lotras, per riemergere insieme ad altri segnali sospetti circa la natura del rogo che il 9 agosto 2019 portò su Faenza lo sguardo preoccupato di tutta la Romagna, dominata per giorni da un’inquietante colonna di fumo nero visibile fin dalla costa. La conclusione è netta: le fiamme furono appiccate volontariamente. Non hanno dubbi l’ingegnere Marco Sartini e il luogotenente Luciano Bosio, incaricati dal giudice per le indagini preliminari Janos Barlotti di stabilire dinamica e cause dell’incendio, nell’ambito dell’inchiesta coordinata dal sostituto procuratore Antonio Vincenzo Bartolozzi.

Per ora c’è un solo nome iscritto nel registro degli indagati, una figura apicale che come atto dovuto ha ricevuto l’avviso di garanzia quando è stata disposta la perizia.

Analizzati 33 campionamenti

Gli esperti partono dall’analisi dei luoghi e dei materiali bruciati non appena, intorno all’una di notte, si sono sviluppate le fiamme. Pur essendo materiale infiammabile, il contenuto del capannone non poteva prendere fuoco autonomamente. Si trattava di mangimi, materiale plastico, gomma, abbigliamento, bancali vari, pannelli fotovoltaici, batterie, oli di origine vegetale e animale. Un mix trasformato dal fuoco in un’esalazione nociva, presumibilmente composta da diossina e formaldeide. Esclusa l’ipotesi dell’autocombustione, si sono soffermati sul punto di innesco principale: la zona centrale, lato Est dell’edificio. Emerge questo dall’analisi dell’allarme antintrusione e del rivelatore antincendio. Poi però, rimarcano, il fuoco si è diramato interessando «più compartimenti differenti in un brevissimo intervallo di tempo», attraversando anche comparti separati da pareti ignifughe che avrebbero dovuto contenere le fiamme per almeno due ore.

Sono ben 33 i campionamenti sui quali gli esperti hanno effettuato le indagini chimiche, accertando, nonostante il tempo trascorso, «tracce della presenza di prodotti della combustione riconducibili a benzina», che portano ad «escludere che si possa essere trattato di un fatto accidentale». Accantonata l’ipotesi di un successivo sabotaggio per depistare le indagini; perché «se la benzina fosse stata introdotta nel sito dopo l’incendio sia in modo accidentale o volontario», sicuramente «avrebbe subito «processi di evaporazione», lasciando tracce diverse.

Le indagini sugli altri incendi

Resterà probabilmente un grande mistero stabilire se, progettato diversamente, l’impianto antincendio avrebbe potuto limitare i danni. Il calore sprigionato, oltre ai numerosi accessi durante le operazioni di spegnimento, hanno reso «impossibile» la ricostruzione dello stato di fatto dei presidi al momento dell’incendio.

La perizia rappresenta dunque una svolta nelle indagini, che si intrecciano con gli altri più recenti casi di roghi nella zona industriale della periferia manfreda, sui quali stanno facendo luce gli investigatori della Squadra Mobile, insieme alla guardia di finanza e ai vigili del fuoco di Ravenna e Bologna. Fra tutti quello all’Antarex, divampato lo scorso 26 gennaio. Il fascicolo aperto dal sostituto procuratore Silvia Ziniti vede per il momento due indagati, nell’ipotesi di un incendio di matrice dolosa, che ha distrutto immobile e beni assicurati per un valore complessivo di 2,5 milioni di euro.

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