Faenza, l’esperto che divulga la filosofia del rhum

FAENZA. Fu Robert Louis Stevenson, lo scrittore de “L’isola del tesoro”, a portare il rhum nella letteratura, contribuendo a creare il mito di questo distillato al 100% ricavato dalla canna da zucchero. Un mito spesso associato a pirati e bucanieri nell’immaginario collettivo.

“Quindici uomini sulla cassa del morto e una bottiglia di rum” è il motivo ricorrente nel libro di Stevenson, cantato dai personaggi fin dal primo capitolo. Bere rhum però ormai non è più solo una prerogativa delle “peggiori genti nei bar di Caracas”, ma una filosofia: è come fare un viaggio onirico, cavalcando sensazioni ed emozioni.

Prodotti da tutto il mondo

Ne sanno qualcosa Ferruccio Marazzi e Sonia Tabanelli, marito e moglie, faentini punto di riferimento in Italia per questo tipo di distillato. Ferruccio è intenditore, collezionista, rivenditore dei migliori rhum del mondo, e il suo bar Fiorentina è uno scrigno di bottiglie provenienti dai Caraibi: Guadalupe, Maracaibo, Martinica, Guyana.

Nella sua collezione ci sono prodotti supremi e rarissimi, reperibili solo nei paesi di origine, comunque fuori dai tradizionali circuiti commerciali. Sì perché Ferruccio ha contatti con i maggiori produttori, visitati e conosciuti nelle loro patrie di origine.

«Il rhum – dice – ha un carattere non riscontrabile in nessun altro drink. Da bere liscio o come ingrediente per una miriade di cocktail ha uno spessore con una grande storia alle spalle».

Tra pirati e galeoni

Mentre sorseggi, la fantasia corre a vicende lontane: schiavi, pirati, galeoni, botti che ruzzolano nelle stive. Se a guardare la sua collezione c’è da restare incantati, a gustare un bicchierino si resta estasiati. E contribuisce anche la regia di Ferruccio, perché lui il rhum te lo racconta: mentre degusti la mente vola nei sette mari insieme alla ciurme di capitan Morgan, di Jack Sparrow, di Francis Drake o Edward Teach (Barbanera).

Gli si accende lo sguardo quando mostra le foto dei suoi viaggi ai Caraibi: «Qui sono con Hervé Damoiseau, ultimo rampollo di una dinastia di distillatori in Guadalupa». In un altro scatto appare insieme a Vittorio Capovilla (distillatore), a Luca Gargano di Genova «il top dei distributori italiani – dice – colui che ha portato nella Penisola la filosofia del Rhum”; a Silvano Samaroli, purtroppo scomparso, rinomato imbottigliatore.

Ritrovo di appassionati

Tra pionieri del rhum in Italia, Marazzi occupa un ruolo di primissimo piano. Ma com’è nata questa passione? «Da un viaggio a Santo Domingo 30 anni fa, quando visitai una piantagione di canna da zucchero. In Italia non era molto conosciuto, se ne parlava solamente, infatti è da una quindicina di anni che viene importato regolarmente».

Con Ferruccio il bar Fiorentina è diventato un punto di ritrovo di tutti gli appassionati della Romagna e non solo. Vi si possono captare discorsi sul distillato, nato nel 1600, e sentirsi catapultati nelle piantagioni delle colonie francesi: «Qui erano portati gli schiavi africani a tagliare le canne col falcetto per ricavarne zucchero – racconta il faentino -. Dalla raffinazione restava una melassa che gli schiavi bevevano per sostenersi da quella vita crudele. Può raggiungere i 70 gradi alcolici: è anche un buon disinfettante. Fu pure adottato dalla Royal Navy per i soldati in combattimento. Poi fu don Facundo Bacardi imprenditore spagnolo naturalizzato cubano, a fondare nel 1862 la prima distilleria: era nato il rhum nella sua versione moderna».

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