Ben 1.111: è il numero di preferenze ottenute da Niccolò Bosi, capogruppo Pd uscente. Una cifra imponente nella sua lineare semplicità e che è già diventata iconica: in città Bosi è ormai il politico di riferimento per molti.

Le preferenze ottenute valgono da sole come una lista e sono il frutto di un lavoro capillare sul territorio. In molti pensano che ora sarà inevitabile affidarle un incarico di peso: è così?

«Parto dal lavoro sul territorio: il vero tema è presentarsi per come si è. Sono stato attivo quotidianamente e per cinque anni ho raccontato il mio percorso all’interno del consiglio. In campagna elettorale ho presentato un’idea di città coordinata con quella di Massimo Isola. Con il mio risultato non voglio rappresentare un appesantimento per il nostro nuovo sindaco, anzi: voglio essergli d’aiuto».

L’impressione è che lei abbia catalizzato una buona parte del voto giovane: come è possibile stare vicino alle nuove generazioni, che saranno tra le più colpite dalla crisi economica?

«In campagna elettorale si è molto sottolineata l’importanza di ascoltare i giovani. Io voglio aggiungere due elementi: bisogna dare loro fiducia e responsabilità, senza timori. Bisogna provarci. In questi due mesi i giovani sono stati veramente protagonisti, mentre spesso vengono strumentalizzati, quasi per pulirsi la coscienza: noi li abbiamo coinvolti. È indispensabile che il disegno del futuro della città sia partecipato dalle nuove generazioni: immagino una Faenza che faccia partire, viaggiare e conoscere ma che resti un punto di ritorno in cui mettere in pratica le esperienze fatte fuori».

In consiglio comunale sono arrivate parecchie novità: il Pd cambia pelle dopo queste elezioni?

«Contrariamente a quanto spesso si scrive, il Pd è veramente un partito democratico, con una struttura ed una storia che gli consentono di guardare a tutto ciò che accade intorno. È per sua natura plurale ed ha il compito di realizzare una sintesi tra diverse realtà. Il Pd quest’anno ha messo su un gruppo consiliare quasi del tutto rinnovato (le conferme rispetto al precedente sono due su nove) e giovane: sarà in grado di stare al passo con i tempi e di avere uno sguardo moderno».

Quest’anno si è parlato molto di cattolici in politica, mentre lei non hai mai nascosto che uno dei suoi valori principali fosse la laicità. Non a caso era la sua parola chiave nel 2015. Cosa ne pensa del dibattito creatosi?

«Per me la laicità è un approccio: partire senza preconcetti e senza la paura di mettersi in gioco e di interrogarsi, guardando alle cose per come realmente sono. Per chi amministra la laicità è un dovere. Sul dibattito sviluppatosi penso che l’impegno dei cattolici sia importante e la fede rappresenti un valore, indipendentemente dal credo di ciascuno. Quando uno è chiamato a rappresentare i cittadini, una comunità, il tema dovrebbe riguardare la sfera personale, mentre nella dimensione pubblica il faro è la laicità».

Negli ultimi cinque anni ha spesso portato all’attenzione dei faentini il tema della rigenerazione di spazi in stato di abbandono, come l’ex chiesa dei Servi o la Colonia di Castel Raniero. Cosa serve per farli rivivere?

«Il primo e indispensabile passo è avere un’idea chiara, un progetto per dare un futuro ai luoghi. È chiaro che la Chiesa dei Servi e la Colonia non potranno tornare alla funzione che avevano in passato ed è per questo necessario costruire un progetto adeguato, senza il quale sarebbe molto faticoso riuscire ad intercettare i fondi. Per i Servi bisogna ampliare la riflessione al chiostro annesso: alla biblioteca e agli studenti che la frequentano sempre più numerosi vanno dati spazi nuovi e confortevoli, come ad esempio una sala ragazzi».

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