Faenza, Alberto Bertoni e “L’isola dei topi”

Si aprirà venerdì 28 maggio alle 18 in Biblioteca Manfrediana la rassegna che l’associazione IndependentPoetry dedica a Dante nel settecentesimo anniversario delle sua morte. A Faenza saranno ospitati autori come Giuseppe Conte, Giancarlo Sissa, Fabio Pusterla e Francesco Sassetto, ma il primo appuntamento è con Alberto Bertoni, poeta e docente all’Università di Bologna, che per la prima volta dal vivo presenterà la sua più recente pubblicazione, L’isola dei topi (Einaudi).

Bertoni, cos’è, e dove si trova, “L’Isola dei topi”?

«“L’Isola dei topi” è Modena, la mia città, dove si avverte la loro presenza sotterranea, retaggio dei canali che vedevo quando passeggiavo da bambino con mio nonno. Ora sono stati coperti e asfaltati. C’è però anche una spiegazione interiore: i topi diventano correlativo oggettivo dei nostri incubi, sogni sbagliati e insonnie angosciose, sono l’estraneo che abita ciascuno di noi nei momenti di crisi. La metamorfosi dell’Io in animale è una costante. La si può legare a Dante, ai ladri dell’Inferno che si trasformano in serpenti».

A proposito di animali: il libro contiene una sorta di invettiva contro il veganesimo e Greta Thunberg. Una critica verso l’ideologia del politicamente corretto?

«Sento molto forte la preoccupazione ecologica e anzi si potrebbe dire che la poesia rivesta anche una funzione di ecologia della mente. Ma quando una pulsione ideale, anche onesta, diventa moda, un “dover essere” collettivo, allora mi infastidisco e provo a pensare in modo diverso, come cercando degli anticorpi. Questa è una poesia ironica, di cui non mi sono pentito, ed è stata ispirata da una cena realmente avvenuta».

La sezione “Brindisi e dediche” prende spunto proprio da incontri e persone reali.

«La mia poesia nasce da fatti concreti: non ho mai inventato episodi o luoghi, parto sempre dall’esperienza diretta dei fenomeni vissuti. Nel caso delle dediche c’è un modello dantesco, quello delle Rime, delle tenzoni poetiche e dello scambio di sonetti. Il Dolce stil novo è nato da una brigata di amici che si parlavano attraverso le poesie. Può essere così ancora oggi: scrivo le poesie al cellulare, le mando agli amici, cerco un dialogo».

“Ad Auschwitz c’era la neve”, la poesia dedicata a Guccini, sembra rappresentare una perdita della memoria storica nelle nuove generazioni, quelle con cui lei si rapporta come professore.

«La crisi della memoria è una malattia sociale: si tende a dimenticare, si dimenticano i morti dei campi di concentramento nazisti e dei gulag. Dai giovani ricevo moltissimo ma quello che osservo è che oggi la memoria non è un valore come lo era per la mia generazione. Rinunciare alle memoria quando ci si approccia alla storia o anche a un testo è un rischio molto grave. Bisogna stare attenti a ciò che è stato tramandato: lo si può superare, ma mantenendo una molteplicità di codici e prospettive».

Quali sono le conseguenze di questa dinamica sulla poesia?

«Oggi il libro cartaceo è molto in difficoltà rispetto al web. Ovviamente la rete è una scorciatoia di grande comodità e utilità che permette di accorciare i tempi di comunicazione, purtroppo la conseguenza è che la dimensione plurale del libro viene sostituita dal singolo testo letto rapidamente. Ma la poesia richiede tempo e concentrazione. Sui social si assiste a scambi di like, rapporti un po’ plastificati: mi pare un sistema narcotico dell’esperienza cognitiva e sentimentale. La rivoluzione tecnologica va governata, non può essere considerata un approdo definitivo».

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