Una grande scritta luminosa al neon (che resterà patrimonio della città), scorre sopra la loggia del Palazzo comunale: “Insieme al mondo, piangere, ridere, vivere”. Parole tratte da una poesia di Rosita Vicari come messaggio ideale per celebrare l’arte in tempo di pandemia. È opera di Fabrizio Dusi ed è il titolo della mostra del visual artist milanese che presenta fino al 15 novembre al Museo Civico delle Cappuccine un nucleo importanti di lavori recenti e realizzati per l’occasione, oltre a varie installazioni site-specific come quella collocata nel cuore cittadino.

Fabrizio Dusi è un autore riconosciuto in campo nazionale per il lavoro che svolge da anni su tematiche legate alla storia collettiva, dalla Shoah ai migranti, toccando sfumature esistenziali affidate spesso alle parole di grandi scrittori del Novecento.

«La mostra – spiega il direttore del museo Diego Galizzi, curatore della mostra con Chiara Gatti – è un progetto in sintonia col nostro tempo, e questo credo sia un aspetto fondamentale in primo luogo perché l’arte è innanzitutto espressione e interpretazione dell’oggi».

Dusi, questa mostra, si legge nella presentazione, vuole essere occasione «per riportare l’arte alla sua originaria funzione sociale e pedagogica».

«Si tratta di una sorta di percorsi a tema dove il visitatore si può riconoscere e riflettere su ciò che abbiamo vissuto e ciò che stiamo vivendo tutt’ora. Mi piace usare un linguaggio capibile, immediato, che deve andare oltre il tempo perché i temi trattati devono essere riconosciuti da tutti. Ecco perché per esempio uso come materiale anche il neon per rafforzare parole o messaggi, quasi come degli spot pubblicitari. Non è la prima volta che uso della frasi tratte da poesie. Per esempio è ancora in corso un lavoro al passante ferroviario di Porta Garibaldi a Milano, i “Due passeggeri”, con frasi tratte da poesie di Antonia Pozzi e Vittorio Sereni. E sempre a Milano “Don’t kill” alla Casa della Memoria con frasi tratte da poesie di deportati e altre di Liliana Segre e Primo Levi».

In che maniera si pone al centro della mostra il tema dei drammi causati dall’isolamento (determinato dalla pandemia così come dalla chiusura delle frontiere)?

«Direi che l’elemento della coperta termica usata come tela per dipingere dovrebbe riassumere in sé ogni dramma della sofferenza. Viene usata per i soccorsi stradali, in mare… Per me è simbolo di protezione che ti avvolge. Il lato oro aggiunge poi un valore simbolico in più. Basti pensare agli sfondi delle tavole medievali o agli stessi mosaici di Ravenna. Il neon rosso “Italia” esprime in sintesi l’isolamento che abbiamo dovuto subire all’inizio della pandemia perché primo paese a subirlo dopo la Cina. Ma poi la stessa “Italia divisa”, ove ogni regione è rappresentata da sola e in ordine casuale, emblema stesso delle diverse visioni all’interno dello stesso perimetro nazionale. In particolare l’opera al neon “Liberi”, appesa inclinata con un filo, riassume in sé la fragilità della nostra condizione e come la nostra vita è stata, ed è tutt’ora, condizionata. Non ha caso è quella tra le più fotografate e postate sui social».

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