Fabrizi, “padre” cinematografico di Fellini

Si dice che papa Pio XII avesse detto di lui: «È la Divina Commedia della comicità». Ma in seguito, alla sua morte, avvenuta trent’anni fa (2 aprile 1990), «il mondo del cinema lo (pianse) un po’ distrattamente». A deplorare la distrazione fu all’epoca Carlo Verdone, già da un decennio sugli altari della commedia italiana. Lo stesso che oggi, nel commentare la scomparsa di Gigi Proietti, ne ha annodato la figura a una linea di discendenza ben precisa: che arriva a lui, cioè, da Ettore Petrolini, via Alberto Sordi e Aldo Fabrizi.
Fabrizi, il “romano de Roma”
Aldo Fabrizi, classe 1905, “romano de Roma”, è stato una maschera straordinaria nell’Italia del Novecento. Con quella corpulenza da orco buono, la faccia larga e quegli occhi e pupille che sembravano disegnate per un cartoon…
Esordì nel cinema che era già attore popolare nei teatri dell’avanspettacolo. Era il 1942, il film era Avanti c’è posto di Mario Bonnard. L’attore romano vestiva i panni di un tranviere, uno di quei personaggi del popolo cui già dava voce con naturalezza sul palcoscenico. Poi in Campo de’ fiori (1943) – al suo fianco, tostissima verduraia, anche Anna Magnani – fu pescivendolo che si invaghisce di una giovane borghese dalla grazia eterea (Caterina Boratto) e subito dopo apparirà sul grande schermo nelle vesti di vetturino: il film L’ultima carrozzella e lui, che il vetturino lo aveva fatto davvero, vi recitò con palandrana e berretto ripescati dagli armadi di casa. Il successo fu immediato ma l’attenzione internazionale la conquistò con quel ruolo drammatico – ma venato di comicità dolente – che fu il personaggio di don Pietro Morosini in Roma città aperta di Roberto Rossellini. La scena della fucilazione, nel finale, resta una delle sue memorabili interpretazioni.
Ma è come grande maschera comica che in seguito Fabrizi si afferma anche nel cinema, e sarà ineguagliabile a fianco di altri mostri sacri come Totò e Peppino De Filippo. Guardie e ladri (lui la guardia, Totò il ladro), I tartassati (sempre con Totò, Fabrizi nelle vesti di un finanziere), Signori, in carrozza! (ferroviere ai limiti della bigamia, in duetto con De Filippo), e poi con Ave Ninchi sua simbiotica “consorte” nella fortunatissima “serie” della Famiglia Passaguai.

Quel giovane preso a braccetto
Quando esordì al cinema, Aldo Fabrizi non era solo. Al suo fianco c’era infatti un giovane arrivato da poco dalla provincia, divenuto un po’ uno di famiglia: Federico Fellini. «Lo prende a braccetto e lo introduce nel mondo del cinema» racconta Cielo Pessione, nipote di Fabrizi, curatrice dell’omonimo Fondo, e da decenni custode e divulgatrice della memoria del grande artista. Di recente, lo ha fatto al Festival del cinema europeo svoltosi a Lecce ai primi di novembre, curando la mostra intitolata “Il maestro Aldo Fabrizi”. L’ennesimo Dpcm per il Covid19 ne ha subito imposto la chiusura, ma tant’è…
«Mio nonno aveva preso in simpatia il giovane Fellini, ne aveva intravisto il talento» continua la nipote.
Fabrizi incontra Fellini nel 1939
Federico Fellini aveva conosciuto Aldo Fabrizi nel 1939. Era in effetti da poco arrivato a Roma da Rimini, ancora con le idee poco chiare sul proprio futuro. Entrato come vignettista nella fucina del bisettimanale satirico Marc’Aurelio, fece anche i primi tentativi come giornalista per Il Piccolo, e tra le collaborazioni gli capitò anche quella per la rivista CineMagazzino. Mentre lavorava a un servizio con Ruggero Maccari su Che cos’è l’avanspettacolo? conobbe di persona il comico romano, in occasione di una intervista che si svolse nei camerini del Corso, cinema di Roma dove Fabrizi stava lavorando. Inizia così una frequentazione che per il giovane Federico si rivela come il primo vero ingresso in quel mondo del cinema dove riuscirà, un passo dietro l’altro, a emergere dapprima come sceneggiatore, e dove solo una decina di anni più tardi – dopo la decisiva esperienza al seguito di Roberto Rossellini – esordirà come regista (Lo sceicco bianco è del 1952), raggiungendo nei giro di poco tempo la fama.
Cielo Pessione, cosa sappiamo dei rapporti iniziali tra suo nonno e il giovane Fellini?
«Ciò che posso dire per certo è che mio nonno, che ha sempre avuto questa propensione ai rapporti paternalistici, aveva preso sotto la propria ala protettiva quel giovane promettente di cui era sicuramente affascinato per l’intelligenza e il talento».
Sul piano creativo, quali furono i primi contributi di Federico Fellini al lavoro di Fabrizi?
«Prima ancora dell’esordio al cinema, uscirono incisioni discografiche dei monologhi teatrali di mio nonno, accompagnate da volumi illustrati. Nel 1941 e ’42 uscirono per Atlantis due volumetti illustrati da Attalo. In uno di questi, nel frontespizio, c’è una firma “F” cucita su una toppa che appare evidentemente la firma di Fellini. Lui all’epoca era soprattutto un disegnatore accanito, disegnava di continuo. In questi primi disegni che fece per Fabrizi, che sono deliziosi, è come se in qualche modo lui fosse entrato un po’ in punta di piedi».
Il giovane Fellini, vignettista e scrittore in erba per il “Marc’Aurelio”, iniziò anche a scrivere battute per il cinema. Aldo Fabrizi lo coinvolse nel lavoro di sceneggiatore per i suoi primi film. In “Avanti c’è posto” il suo nome compare dopo quello di Fabrizi…
«Sì, ma solo come Federico e prima dei nomi di Cesare Zavattini e di Piero Tellini. Poi figurerà in Campo de’ fiori, nell’Ultima carrozzella. Ma dobbiamo pensare a queste esperienze come un apprendistato per lui. Mio nonno era uno che si scriveva da solo le battute, che aveva le idee chiare su ciò che faceva. Il suo, diceva, era un neorealismo senza “neo”, era cioè realismo vero. Ben lontano da quello che sarà in futuro il cinema di Fellini».
Quindi in questi film e nel successivo “Roma città aperta”, che divenne il manifesto del neorealismo italiano, il ruolo di Fellini, anche rispetto al coinvolgimento di Aldo Fabrizi, verrebbe generalmente esagerato?
«Le loro versioni su come avvenne il coinvolgimento di mio nonno nel film di Rossellini furono di certo differenti. Al di là di ciò, per quel film Aldo Fabrizi diede un enorme apporto creativo e non solo per la propria interpretazione di don Morosini. Però non gli è mai stato riconosciuto. In origine si ragionava su due cortometraggi: uno sulla figura di Teresa Gullace, la donna freddata nel 1944 da un soldato tedesco che ispirò il personaggio impersonato nel film da Anna Magnani, e uno su don Pietro Morosini. Fabrizi insistette perché dei due cortometraggi si facesse un lungometraggio. Suggerì e lavorò quindi all’unione delle storie dei due personaggi».

Fellini e Fabrizi si ritrovarono a lavorare insieme anche per film come “Il delitto di Giovanni Episcopo” di Lattuada, poi in “Francesco giullare” di Rossellini, dove suo nonno fece la parte del tiranno, quasi un cameo. In seguito i rapporti si raffreddarono. Nel 1968 però Fellini aveva pensato a lui per la parte di Trimalcione in “Satyricon”, ma scelse alla fine di affidarla a un attore non professionista, l’oste Mario Romagnoli.
«E mio nonno si sentì tradito. Se Fellini l’avesse coinvolto avrebbe azzerato tutte le amarezze accumulate fino a quel momento. Anche quando in seguito non lo coinvolse in Roma, dove chiamò ad esempio Anna Magnani, fu per lui come una coltellata».

Ricostruzioni dissonanti
«Fatta la somma, ho più dato che ricevuto», scrisse Fabrizi in una lettera al critico Angelo Solmi, primo autore di una biografia su Fellini, che lo aveva interpellato per ricostruirne alcuni passaggi. Fabrizi gli disse di non volere «mettermi in urto con un amico per il quale nutro ancora dell’affetto, malgrado le sue disinvolte bugie».
«Era un orco buono, un’ottima guida per capire Roma e i romani, di cui mi faceva conoscere anche la cucina e le trattorie» lo ricordò alla stampa dell’epoca Federico Fellini, il giorno della scomparsa. Le ricostruzioni del regista riminese dei rapporti, e apporti, lavorativi con Fabrizi rimasero però nel segno di una dissonanza rispetto a quelle dell’attore romano, complice la ben nota propensione alla reinvenzione fantasiosa, se non propriamente alla “bugia”, del nostro.
Resta a testimonianza della loro trascorsa “alchimia” una dedica affettuosa di Fellini su una vecchia foto: «Al padre, amico, fratello e fidanzato Aldo Fabrizi con tanta ammirazione e amicizia».

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