Eugenio Balzani canta la sua “Italiòpolis”

Il cantautore cesenate Eugenio Balzani ha pubblicato il 29 aprile 2022 il quarto album di una discografia molto diluita nel tempo (venticinque anni), ma mai interrotta.

È una raccolta di undici canzoni scritte interamente da lui, di stampo rock-blues, dal titolo “Italiòpolis”, anticipata da un paio di singoli e un video. Con lui, a voce e chitarra, quattro musicisti romagnoli attivi anche in altri progetti.

Balzani, ha definito questo album “vintage”: cosa intende?

«L’ho pensato e suonato un po’ come i dischi dei gruppi degli anni ’70. All’inizio avevo pensato per questo di firmarlo Eugenio Balzani Recover Band, con il nome del gruppo di non professionisti, ma bravissimi musicisti ultracinquantenni che l’hanno suonato con me. Anche la strumentazione che abbiamo usato è “vintage”, senza elettronica moderna e con un piano elettrico Wurlitzer che ho permutato appositamente».

Un’altra cosa che ha detto del disco è: “Si tratta di una piccola lucertola nella tasca della giacca del gigolò”. In che senso?

«Il gigolò sono io, erede della tradizione dei vitelloni paesani romagnoli, e la lucertola simboleggia i giochi che si facevano da bambini. Ritrovarsela nella tasca della giacca è un po’ come tornare a quei tempi». Il titolo “Italiòpolis” si riferisce in maniera piuttosto critica all’Italia di oggi. «È un termine che richiama il Monopoli, per intendere che il nostro paese è come un gioco, in cui nessuno si vuole prendere sul serio, dai governanti ai cittadini. È un paese che non decide mai da che parte stare; un paese con un potenziale intellettivo incredibile, che gli deriva dalla propria storia, ma che non riesce a far funzionare le cose. La pandemia, poi, ha fatto crescere il livello di odio, che si manifesta ovunque, dai social in giù».

Tra i temi trattati nelle canzoni l’amore, il calcio, e la perdita, nello specifico di sua madre e di sua sorella.

«Aggiungerei il tema della vita dopo la vita, dal punto di vista di un laico come me, del cerchio della vita. Il brano dedicato al calcio, “L’onda emotiva”, parla di Paolo Rossi, recentemente scomparso, che per quelli della mia generazione simboleggia un tempo in cui le emozioni forti potevano venire anche da una giocata su un campo di calcio. Anche la perdita è un’emozione forte, in senso negativo ovviamente; è stato così per quella di mia madre, e ancor di più per mia sorella, più giovane di me, che nessuno si aspettava potesse andarsene. Il tema che unisce tutti questi, però, è l’amore per il prossimo, che ci aiuta a venir fuori da momenti terribili, tutti insieme. Noi romagnoli siamo fortunati, perché viviamo in un ambiente che favorisce il rallentamento della frenesia quotidiana e lo stare insieme».

Lei fa il dentista di professione: ha mai pensato di vivere di musica, magari nel 2002 e nel 2003, quando è stato finalista al Premio città di Recanati Musicultura?

«In quel periodo sì, soprattutto grazie al patron della manifestazione Piero Cesanelli, che ora non c’è più. Mi incoraggiò tantissimo, e si prodigò per farmi trovare un contratto discografico, riuscendoci con la Universal, ma poi non se ne fece niente, per molti motivi. Uno di questi fu che io non ho il carattere giusto per le pressioni di quel mondo, e un altro che avevo già tre figli, e avevo bisogno di certezze economiche. All’epoca fu un grande rimpianto, ma oggi posso dire che ne sono felice: continuo a far musica come mi piace, scrivo anche per altri, e mi sento libero».

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