Eticredito, storia d’una banca che voleva essere diversa

«Ragionando oggi, forse dovevamo resistere, ma era impossibile farlo con le pressioni di Banca d’Italia e dei suoi commissari alla Carim. È andata così. C’è amarezza, ma anche la coscienza che di questi tempi sarebbe molto utile Eticredito sul territorio. Per tante buone ragioni. Verrebbe la voglia di riprovarci, ma non è facile, resta a disposizione la nostra esperienza a favore di chi avesse questo nobile intendimento». Così Maurizio Focchi qualche settimana fa alla presentazione di ‘Eticredito: storia di una banca diversa’, il libro, scritto da Primo Silvestri, “dedicato all’esperienza di una banca dedicata alla risposta ai bisogni”.

Oggi che l’Istituto ha cessato di essere, inghiottito dai meccanismi legati all’universo Carim, l’Associazione Eticredito ne tiene in vita lo spirito e gli obiettivi attraverso iniziative e attività culturali che ne tramandino l’esperienza. Fra queste lo stesso volume, che vuole essere non solo un tributo a un’esperienza unica, ma anche “uno stimolo a provare a ripeterla” come auspicato nelle sue dichiarazioni dall’imprenditore che ne fu uno dei padri.

Un po’ di storia

Eticredito, banca nata sulla scia della finanza etica, viene alla luce in un periodo critico, quello immediatamente precedente il 2008 in cui scoppiava la più grande crisi finanziaria dopo quella del 1929: per questo ha dovuto fronteggiare nei suoi primi anni di vita i normali ostacoli di qualsiasi nuova impresa, più quelli aggiunti dalla crisi, prima finanziaria poi economica, che non l’hanno certo favorita. Nonostante, questo praticamente non registrava crediti deteriorati. Mentre nel mondo della finanza si discuteva ovunque sulla necessità di salvare le banche con soldi pubblici – tema quanto mai attuale – come emerge molto bene dal libro, Eticredito raccoglieva invece denaro sul territorio, erogava piccoli prestiti, sosteneva progetti e nuove imprese a forte valenza etico-sociale, facendo affidamento sulla responsabilità e la voglia di intraprendere e di riscatto delle persone con mezzi propri. Per lei il problema salvezza non si poneva, ma il paradosso è che da così piccoli si può anche chiudere perché il danno che si fa è marginale: magari, secondo paradosso, non prima di aver trasferito il capitale sociale raccolto tra tante persone e imprese socialmente motivate, in una banca complementare, nonché azionista, come era la Carim, enormemente più in difficoltà, ma per ragioni diverse e ben più gravi.

Un po’ di numeri

Già nel primo anno, il 2006, e con un solo sportello, Eticredito era riuscita a raccogliere 5,2 milioni di risparmi, cresciuti ininterrottamente sino ad arrivare a 40 milioni nel 2012. Quando cesserà di funzionare. Con impieghi, che nello stesso periodo, avendo raggiunto un tetto di 2.800 clienti, salivano da 3,7 milioni a 35,1 milioni di euro. E con un grosso ruolo, proprio a ridosso della crisi, giocato dal microcredito: prestiti di poche migliaia di euro, che nessuna banca concede, ma fondamentali per le persone in difficoltà. Senza dimenticare la presenza, tra i clienti, di numerosi immigrati, che a un certo punto coprivano quasi un terzo della clientela. Immigrati che si sono dimostrati solvibili più di tanti autoctoni.

Credito a chi ne ha bisogno

“Il credito va concesso al povero perché questi possa essere aiutato ad uscire dalla sua condizione e a chi ha progetti da realizzare”. Con questo parallelo con l’idea fondativa del Monte di Pietà che precede la finanza etica, l’economista Stefano Zamagni centra quella che era l’anima di Eticredito. Di un’esperienza, come spiegato anche da Maurizio Focchi, di cui ci sarebbe ancor più bisogno oggi in un momento in cui, a seguito della crisi sanitaria figlia della pandemia da Covid, un istituto bancario vicino ai meno fortunati sarebbe di grande utilità, economica e sociale. «C’è estremo bisogno nel nostro Paese (e non solo) di più finanza etica, il cui fine precipuo è quello di contrastare la tendenza ai comportamenti opportunistici e quindi alle frodi e agli inganni. Eppure, si continuano a promulgare decreti e si confezionano provvedimenti il cui vero scopo (ovviamente mai dichiarato) è quello di scoraggiare e di rendere artificialmente pesante l’attività del credito etico, con argomentazioni speciose prive di ogni fondamento scientifico» scrive il professor Zamagni nella prefazione del libro, che chiude con una domanda aperta: «A chi spetta definire l’obiettivo rispetto al quale misurare l’efficienza della performance economica di un soggetto?».

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