Si intitola “Quel che vedevano in cielo” il nuovo saggio dell’etnografo e antropologo culturale Eraldo Baldini (Russi, 1952) che, con grande capacità narrativa e amore per il lavoro di ricerca, torna con un lavoro corposo e ricchissimo di fonti, indagate con perizia.

Il libro costituisce un viaggio affascinante alla scoperta dei fenomeni «straordinari» che da sempre l’uomo ha osservato in cielo: quello dello scrittore di Russi è un excursus che parte dall’antichità e giunge alla fine del XVII secolo, per narrare come il popolo europeo e italiano in generale – emiliano-romagnolo in particolare – abbia interpretato comete, piogge di sangue, eclissi e altri segni insoliti, spiegati alla luce delle credenze, delle conoscenze, delle finalità religiose e politiche che di volta in volta hanno caratterizzato i diversi tempi.

Baldini, come è nata l’idea di scrivere questo libro, quali le fonti cui ha attinto?

«Fin dagli anni lontani dell’università, la mia passione per l’antropologia culturale e per la storia si è focalizzata soprattutto sull’ambito locale, per cui era possibile avere a disposizione fonti di prima mano, testimonianze e documenti d’archivio a volte inesplorati. Ho prima letto, poi destinato alla mia biblioteca personale, ad esempio, tutte le “cronache” medievali e d’Età moderna romagnole ed emiliane, e ho riprodotto per poterli consultare i cosiddetti “fogli volanti”, pubblicati in quei secoli per dare notizia di accadimenti ritenuti particolarmente rari e significativi. Si tratta di fonti che costituiscono uno spaccato straordinario e spesso quasi diaristico della vita, del pensiero e dell’immaginario collettivo delle nostre comunità, stilate da autori che davanti al manifestarsi di qualcosa di “anomalo” o strano non mancavano di registrarlo, interpretarlo, magari enfatizzarlo. In occasione della pubblicazione di altri libri, ho avuto il medesimo approccio anche per altri argomenti, come i fantasmi, i terremoti, le epidemie, le leggende del mare, temi affascinanti e degni di essere rivistati attraverso la mentalità del passato, perché – anche se a volte relegati ai margini della storia – sono storia essi stessi: storia del rapporto degli uomini con il mondo che li circondava, per molti versi misterioso, un atteggiamento, in fondo, che riguardo a certe cose abbiamo ancora oggi e forse avremo sempre».

Siamo in un periodo storico caratterizzato da un lato dal progresso scientifico che giorno dopo giorno giunge a scoperte ed effetti esponenziali, dall’altro da una crescente diffidenza per il mondo della scienza e della tecnologia, percepite come lontane dalla vita quotidiana e addirittura in antitesi al “bene comune”: come si inserisce in questo contesto l’innegabile fascino che il mondo del mistero continua ad avere nell’immaginario umano moderno?

«La complessità dell’Universo e dei fenomeni della natura, e dello scopo stesso della vita, porranno sempre all’uomo domande che difficilmente possono trovare risposte. La scienza lavora per darci conoscenza, ma siamo lontani dal “poter capire tutto”, essendo esseri limitati che possono godere, tra l’altro, di un “punto di osservazione” altrettanto limitato. Ci sono stati momenti della storia in cui si è pensato che ogni interrogativo, ogni “mistero”, ogni difficoltà del vivere, ogni sfida con la natura conosciuta o con gli spazi dell’ignoto sarebbero stati svelati. Oggi forse succede il contrario, non solo o non tanto per la razionale coscienza che esistono limiti o ritardi della conoscenza, quanto per una sorta di “analfabetismo funzionale” che dalla scienza e dalla conoscenza allontana molte persone, che trovano più facile fare l’equazione “non conoscenza” uguale a “inganno” o “complotto”. Una buona divulgazione deve porsi anche l’obiettivo di contrastare questo sbandamento».

Anche in “Quel che vedevano in cielo” è evidente il legame tra Emilia e Romagna, che – luogo della memoria e delle sue origini – da anni svolge un ruolo centrale all’interno della sua produzione letteraria, con tutto il suo bagaglio di tradizioni, narrazioni orali, credenze, leggende e misteri. Dei tanti resoconti che riguardano i fenomeni osservati nel corso dei secoli nell’alto dei cieli romagnoli, quale ha lasciato in lei un ricordo particolarmente sentito?

«Nel mio libro sono riportate le cronache e le descrizioni, redatte da chi era presente agli eventi, di molti fatti e fenomeni carichi di mistero all’epoca e che sarebbero di non facile decifrazione ancora oggi. Un esempio: quando i cronisti forlivesi della seconda metà del Quattrocento descrivono lo sconcerto e la meraviglia davanti alla visione, nel primo mattino, di un enorme oggetto discoidale (“sembrava una grande ruota di carro”, annotano) che si muove basso e lento nel cielo, cambiando direzione e velocità, non possiamo non porci interrogativi e nel contempo pensare che anche oggi avvistamenti simili sfidano le nostre conoscenze, e che solo una superficiale chiusura “negazionista” (atteggiamento assai di moda) può liquidare certi fatti con l’ignorarli tout court. Quello che ho fatto è solo un esempio: il libro contiene molte storie di grande interesse e rappresenterà per tutti, spero, una lettura assai interessante, che darà qualche risposta e susciterà o rinnoverà tante domande affascinanti».

Il Ponte Vecchio, Cesena, 2020, pp. 192, euro 15

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