“Eni, c’è spazio per la produzione di gas nel distretto ravennate”

«Se si vuole muovere seriamente la produzione di gas nel distretto di Ravenna serve riprendere in mano il progetto miliardario di Eni. Se è possibile con Pitesai e nuovo decreto? Io sono ottimista».

A parlare è uno dei massimi esperti italiani di normativa legata all’ambito estrattivo, l’ingegner Franco Terlizzese. Già direttore generale delle Risorse minerarie (Dgrme) e della sicurezza anche ambientale delle attività energetiche (Dgs-Unmig) al Ministero dello Sviluppo Economico, oggi consulente e analista, rileva tutti i limiti del “combinato disposto” fra il Piano per la Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee e il decreto sul Caro energia, che hanno smosso la situazione dell’upstream italiano, bloccato da tre anni dalla moratoria imposta proprio in attesa della scrittura del “piano regolatore” delle estrazioni italiane.

Ingegner Terlizzese, ritiene che nonostante la restrizione territoriale del 70 per cento delle aree adibite a estrazione di idrocarburi data dal Pitesai, il decreto consentirà di riavviare un poco la produzione di gas anche in Romagna?

«Con questi due presupposti gli spazi di manovra sono minimi. Il decreto concentra, come noto, gli sforzi per ampliare la produzione di gas su due giacimenti: quello nel canale di Sicilia e quello in Adriatico. Ed è verosimile la ricostruzione di chi dice che dei 2,2/2,5 miliardi di metri cubi accessori solo il 15% dovrebbe arrivare dal distretto che fa capo a Ravenna e si estende fino alle Marche».

Quali sono le motivazioni di questa resa tanto ridimensionata?

«Sicuramente c’è un declino notevole, ormai da tempo, della redditività dei pozzi in quell’area. Questo però accade anche per l’impossibilità di compiere manutenzioni straordinarie sugli impianti. E, visto che le maggiori riserve sono in un’area dove è problematico andare a intervenire come l’Alto Adriatico, questa strada costituirebbe la maggiore opportunità ed è di marca eminentemente ravennate».

Prima della moratoria imposta per la scrittura del Pitesai, Eni aveva in campo un piano di investimenti da due miliardi di euro. Per la metà si parlava di decomissioning, ovvero la dismissione di piattaforme obsolete. C’era però anche un capitolo ampio che comprendeva lavori sugli impianti e rappresentavano un elemento che avrebbe portato più produzione e più lavoro. È ora possibile riprendere in mano questa partita?

«Nel decreto non c’è nulla di esplicito sui lavori di manutenzione straordinaria su piattaforme esistenti. Quel che è certo è che, al Ministero, si è fatto strada da tempo un approccio più razionale e meno emotivo. E dal 2016 era in uso un disciplinare che, a fronte di adeguamenti tecnologici che mirassero anche ad una maggiore sicurezza ambientale, prevedeva procedure semplificate».

Pensa che questa prassi possa essere riadottata?

«Sono ottimista. Sia il ministro Cingolani che il presidente del Consiglio, Draghi, hanno espresso la loro volontà di superare questa crisi energetica puntando sul gas nazionale. Se non ci saranno barricate in ambito locale, penso possa essere una strada percorribile. Eni ne ha tutto l’interesse e il tessuto imprenditoriale ravennate è pronto, esattamente come lo era tre anni fa».

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