Energia, a Ravenna le “eco batterie” del futuro

Immaginatevi se una gru, nel porto di Ravenna, potesse consumare energia mentre solleva un carico e recuperarne mentre lo cala. Se l’elettricità prodotta in un campo eolico del nostro mare potesse essere trasportata non su cavi permanenti, ma via nave, “caricata” su un fluido. Se la macchina elettrica extralusso in progettazione in Emilia potesse montare una batteria “romagnola”.

Sono queste alcune applicazioni allo studio nel Tecnopolo di Ravenna, all’interno del progetto Enercube, che si sta sviluppando appunto nel Centro Ricerche Ambiente, Energia, Mare di Marina di Ravenna.

In particolare Enercube è incardinato nell’attività del “Ciri Frame”, al quale Francesca Soavi afferisce come docente e ricercatore del Dipartimento di Chimica di Unibo.

E’ lei a descriverci come, nello spazio che fu pensato da Raul Gardini e che ora vive una nuova stagione di attività con l’Università di Bologna, si stia pensando alla “batteria del futuro”. O, più correttamente, “batterie”.

Perché il primo elemento di ragionamento che ci fornisce la professoressa Soavi sono le diverse caratteristiche che possono agevolare la sostenibilità di quello che sarà certamente il fulcro dello sviluppo economico e ambientale dell’avvenire: «I sistemi di accumulo – ci spiega – rappresentano certamente la tecnologia chiave della nuova rivoluzione industriale. Detenerne un proprio know how è un elemento imprescindibile per essere competitivi. E l’Europa stabilisce che, entro questo decennio, si elettrificherà tutto il possibile». Questa fase ci sta dimostrando come il fattore energetico sia cruciale, dal punto di vista economico e geopolitico. Le batterie possono essere posizionate ovunque, ma anche queste costituiscono un elemento di disparità fra chi detiene le materie prime e chi non ne dispone. Una componente che, grazie alla ricerca, può essere attenuata: «Sappiamo, per esempio, come il litio sia concentrato nel triangolo del Sudamerica. Come il cobalto, tossico e costoso, sia concentrato soprattutto nella Repubblica Democratica del Congo. – prosegue la prof dell’Alma Mater -. La maggior riserva di materia prima in Italia, invece, sono le batterie esauste». E quindi, ecco una delle prime soluzioni. Il riciclo. Magari combinato a tecnologie che affiancano alla materia prima scarsa una seconda più ampiamente disponibile: «Stiamo addentrandoci nello studio delle batterie litio-ossigeno, con applicazioni che ci riscontrano un’energia specifica quattro volte superiore, e già prototipi sono stati realizzati». Le applicazioni, come detto, variano in base al contesto.

In quello della mobilità, per esempio, è importante tenere in considerazione potenza e volume: «Se fino ad oggi abbiamo scelto un’auto per il motore, domani lo faremo per il tipo di batteria che monta. Fra le possibilità c’è la trasformazione dell’attuale disegno delle batterie, introducendo componenti liquide, quindi facilmente sostituibili con una sorta di ‘rifornimento’ – specifica Soavi -. E’ questa la tecnologia che vogliamo portare sul mercato con la startup Bettery, da me fondata con Alessandro Brilloni, Federico Poli, Francesca De Giorgio. Una batteria a basso impatto ambientale, ad alto contenuto energetico e di rapida ricarica. Che ribalta il paradigma: si potrà accumulare energia da fonti rinnovabili in punti di ricarica che diventeranno distributori del liquido necessario per fare il ‘pieno’ ad un veicolo elettrico».

Un concetto che, se trovasse un riscontro commerciale, può rivoluzionare il generale ambito del trasporto dell’energia prodotta da fonti rinnovabili: «Pensiamo all’eolico offshore. Se è un liquido a doversi spostare, posso non dovere per forza trasferire energia elettrica tramite cavi». «Le batterie di nuova generazione sono al centro di un progetto che portiamo avanti con Enea e Mise e auspichiamo che possano avere un importante impatto anche nell’ambito dell’innovazione che si sta facendo nella motor-valley».

Ambito altrettanto importante è quello dei super-condensatori: «Gli appassionati di F1 capiranno in fretta di cosa si tratta: è la tecnologia che permette il recupero dell’energia in frenata e di ottenere spunti di potenza per l’accelerazione. Le applicazioni sono molteplici e in questo, come negli altri ambiti, vogliamo creare un sistema eco-industriale – conclude Francesca Soavi -, avviando progetti in dialogo con le imprese. Un’azione che internazionalizzerà e, contemporaneamente, connetterà ancor più col territorio il Tecnopolo di Ravenna».

Commenti

Lascia un commento

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui