Emporio: il tricolore della Repubblica nell’arte

L’ Assemblea Costituente nella seduta del 24 marzo 1947 conferma che «La bandiera della repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a bande verticali e di eguali dimensioni», vale a dire senza stemma sabaudo al centro. La prima celebrazione della Festa della Repubblica italiana avviene il 2 giugno 1947, giorno che dal 1949 diventa festa nazionale.

Domenico Di Rosa (La Spezia 1903 – Montecatini Terme 1997) a Parigi dal 1926 dove parte come attore poi regista e scenografo, nonché editore, pubblicista e pittore di scene di vita parigina e nature morte realizzate con tecnica semplice e spontanea vicina alla pittura naïve. Nel 1962 si trasferisce a Rimini dove inizia a dipingere la campagna con colori vivaci e molto luminosi. Le vedute urbane diventano meno frequenti. In una di esse, l’artista inquadra dall’alto Corso d’Augusto e i suoi palazzi addobbati con una moltitudine di bandiere tricolori per la Festa della Repubblica.

L’11 novembre del 1923 Fortunato Teodorani (Cesena 1888-1960) dipinge la Rivista militare dei carabinieri che celebra la conclusione della Grande guerra avvenuta cinque anni prima. Il tricolore esposto alle finestre testimonia la grande partecipazione popolare. Un’opera che rientra fra le «impressioni dal vero» che l’artista produce in parallelo a quelle più legate alla tradizione ottocentesca che lo consacrano fra i decoratori di interni più richiesti in Romagna e altrove. Sono le bandiere che conferiscono a entrambi gli scenari quell’atmosfera di festosità generale condivisa.

Un intento celebrativo sembra guidare il pennello di Sebastiano Melchiorre Fanelli (Castel Bolognese 1812-1892) quando pone il tricolore sulle spalle del giovane Garibaldi nell’ovale del 1866 nel museo comunale della sua città natale. Coraggioso combattente durante il Risorgimento e pittore di ottima qualità, Fanelli non rinuncia all’amato simbolo nazionale. Anche Alberto Bianchi (Rimini 1882 – Milano 1969), uno dei più accreditati illustratori del Novecento, colloca la bandiera bianco, rosso e verde dietro al re, Vittorio Emanuele III, mentre conferisce la medaglia al valore all’alpino nella cartolina del 1916. Un fondale epico che conferisce solennità all’evento testimoniato dalle motivazioni riportate nel testo. Anche in questa occasione la bandiera è “pulita” senza stemmi o insegne. Una scelta sicuramente dettata da criteri puramente estetici, ma è piacevole pensare a una volontarietà di omissione da parte di questi artisti romagnoli schierati col re in alternativa al papa, ma inesorabilmente repubblicani nell’anima.

Giulio Ruffini (Villanova di Bagnacavallo 1921 – Ravenna 2011) nei primi anni 70 pratica una pittura grottesca e surreale nel rimpianto dell’etica del lavoro e della fatica ormai scomparsa dalla società rurale, caposaldo di quella nazionale ormai in rovina. Ne è un esempio “Festa malinconica” del 1972, con l’uovo, rappresentazione assoluta di vita, che esplode in aria e il fazzoletto tricolore che avvolge il capo della madre reclinato sulle braccia, infestato dagli insetti della decomposizione. Un’immagine anticipata nello studio “Mia madre a pezzi” esposto alla Biblioteca Classense di Ravenna nel 2008 in occasione della mostra “Ritratto d’artista. Giulio Ruffini. L’occhio del poeta” curata da Orlando Pieraccini.

Nello stesso anno il grande René Gruau (Rimini, 1909 – Roma, 2004) impiega il tricolore quale quinta teatrale per la modernissima ragazza con la rosa in bocca. Una splendida identificazione nazionale per promuovere la “Mode italienne” nel mondo. Una magia grafica difficile da superare.

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