Emidio Clementi dei Massimo Volume a Santarcangelo per “We reading”

SANTARCANGELO. I più lo conoscono per la sua voce, per quel suo timbro particolarissimo che sembra chiedere aiuto dal fondo di un deserto. Ma Mimì non è un anacoreta, anzi: al telefono risulta cordiale e curioso.
Si parla di Emidio Clementi, classe ’67, cantante e bassista dei Massimo Volume, gruppo che ha regalato all’Italia una tra le esperienze musicali più preziose degli anni ’90 (si ascolti almeno l’album “Lungo i bordi”). I testi di Clementi sono scabri eppure immaginifici. Non hanno nulla in comune con la forma canzone, ma si rifanno alle esperienze statunitensi dello spoken word. Non stupisce che la sua lunga carriera si sia intrecciata con la narrativa: negli ultimi vent’anni ha pubblicato per Fazi, Laterza e Rizzoli. Oggi insegna all’Accademia di belle arti di Bologna.
Chiamato dal festival di We reading, Mimì ha scelto di leggere un poeta quasi sconosciuto in Italia, l’americano Philip Levine, premio Pulitzer scomparso nel 2015. L’appuntamento è per stasera, al teatro Supercinema di Santarcangelo, alle 21.
L’ingresso, come sempre, è gratuito. Il prossimo concerto più vicino dei Massimo Volume sarà invece il 5 luglio a Calcara (Bologna), a Villa Nicolaj, in occasione del tour di presentazione del nuovo album “Il nuotatore”.
Come mai ha scelto di leggere un poeta?
«Ho accettato l’invito di We reading perché mi piaceva l’idea di una lettura nuda, senza accompagnamento musicale. È più rischiosa, certo, ma dà più dignità al testo. Avevo pensato alle “Elegie duinesi” di Rilke, ma una lettura senza accompagnamento o note di spiegazione sarebbe risultata molto difficile. A differenza della prosa, la poesia si presta a una lettura più rapsodica: il pubblico può respirare tra una poesia e l’altra, e per pezzi brevi è più facile tenere alta la concentrazione».
Cosa l’ha attratta della poetica di Philip Levine?
«Sento una somiglianza con lui per la formazione artistica. Levine ha lavorato a lungo come operaio: non è esattamente un accademico, insomma. Mi piace perché la sua è una poesia molto vicina alla prosa, semplice nel verso. Questo però non toglie nulla allo scavo del vissuto e alla complessità delle immagini e del senso. Alcune poesie sono davvero folgoranti. E poi, proprio perché è poco conosciuto, mi piaceva fare un’opera divulgativa».
Su quali libri si concentrerà la sua lettura?
«Ho letto due libri di Levine: uno tradotto molto bene in italiano per Mondadori, “Notizie del mondo”; l’altro è in inglese, che ho tradotto con molta difficoltà. Non mi arrischio a leggere poesie da quel libro, perché non mi fido della mia traduzione».
Uno dei temi centrali di Levine è la vita operaia nelle fabbriche fordiste di Detroit: un contesto molto distante dal suo. Ma almeno dal punto di vista formale può esserci una somiglianza col suo modo di scrivere: verso lungo, spesso prosastico.
«Per mettere in scena un libro bisogna sentirlo bene addosso, altrimenti ti senti a disagio. Il verso di Levine potrebbe essere il mio, e spero di risultare credibile per questo. Ma penso anche alla creazione delle immagini: in alcune poesie viene raccontata una semplice passeggiata, e l’attenzione di Levine viene catturata da un particolare. Da questo punto di partenza Levine butta dentro il suo passato, riflessioni sulla vita, sul padre, sui rapporti sentimentali. È quello che chiedo alla parola scritta: non la creazione di un mondo immaginario – la mia immaginazione è piuttosto limitata – ma lo scavo nel mondo reale, ricco di contraddizione e di sorprese».
C’è qualcosa che la colpisce in certi personaggi anti-accademici: Levine; un suo amore di gioventù, Emanuel Carnevali; Sam Shepard. Questi personaggi hanno in comune una biografia tormentata, ricca di esperienze diverse.
«Spesso racconto ai miei studenti di quando cominciavo a rapportarmi con la scrittura. Gli americani mi hanno preso per mano: non arrivavano col loro bagaglio di sapere, spesso ingombrante. Il sapere può essere controproducente, può essere un peso sulle tue spalle. Come posso raccontare dopo “La montagna incantata”? Nell’incoscienza puoi trovare delle cose da dire. La maggior parte degli americani mi ha dato questo senso di libertà, la convinzione che poteva essere accettata anche la mia voce».
Hannah Arendt ha scritto, parlando di politica, che «la vera libertà sta nella conoscenza dell’autorità che abbiamo alle spalle». Non è così anche in letteratura?
«Questa conoscenza può arrivare col tempo. Quando ho cominciato conoscevo pochissimi autori italiani; ora mi sento più fortificato, probabilmente perché ho trovato uno stile. Oggi riesco ad affrontare gli autori del passato con più disincanto. O meglio, li relativizzo. Ma quando inizi a scrivere un po’ di incoscienza la devi avere. Rimbaud scriveva a 16 anni… C’è una poesia bellissima, in “Foglie d’erba” di Whitman. È un ringraziamento sentito ai grandi uomini del passato. Whitman porge il suo tributo, poi passa oltre, vuole vivere e scrivere la sua vita: “I stand in my place, with my own day here”».
Ha detto che ha recuperato la letteratura italiana più tardi. Oggi quali autori sente vicino?
«Giorgio Falco mi ha influenzato con un meraviglioso libro di racconti, “L’ubicazione del bene”. All’inizio della mia carriera c’è stato Claudio Piersanti, con “L’amore degli adulti”: ho sempre cercato di fare mio il suo stile, asciutto ma allo stesso tempo lirico. Poi Goffredo Parise, Natalia Ginzburg… C’è troppa gente che scrive bene, vorrei che ce ne fosse qualcuno in meno!».

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